Sulla crisi italiana e Mattarella: dai proverbi siciliani alla politica

Appunti su una crisi magica. Il fatto è uno, il discorso è un altro

In una situazione come questa la prima preoccupazione delle persone responsabili dovrebbe essere quella di non perdere la calma. Si può essere arrabbiati senza perdere la calma? Io penso di sì. Anzi: la lucidità arma la rabbia di ragioni e, magari, gli consente di sortire effetti.

Io penso ancora che urli chi è senza ragioni o, peggio, le misura in decibel. Riconosco le ragioni di tutti. Nel senso che riconosco a queste ragioni diritto di cittadinanza. Che non è come dire: pensate quello che volete. Ma anche sì. Ed è giusto così. Guai se non potessimo farlo.
Ma questo non vuol dire che ci si debba riparare dietro una mancanza di posizione perché, come quando ci sono le elezioni, uno è chiamato ad esprimersi e addirittura, come nel caso del voto, una volta il non andare a votare veniva annotato sul certificato penale. Che era, lo riconosco, un’esagerazione. Ma sul principio della comune responsabilità mi pare si possa convenire.
Ho una certa età e non lo dico perché “vecchiezza è saggezza”. Queste sono sciocchezze. Ho gli occhi pieni di vecchi mezzibusti in tv con gli occhi iniettati di sangue. Quindi niente saggezza per anagrafe.
Ma l’età mi ha regalato il bagaglio della memoria e se mi guardo indietro vedo bruttezza e bellezza, sogni e drammatici risvegli, fortuna e sfiga. Ma tutto questo lo vedo disposto su un campo seminato. Mi sento di aver fatto e di fare la mia parte. Insieme con tanti altri. Anche scrivendo queste righe. Per questo le scrivo sfidando quello che per ora mi sembra un tifo organizzato e gestito professionalmente.

Forse il Presidente della Repubblica doveva cedere su Savona e far partire il governo. Aveva già fatto tanto. Forse, a mio parere, perfino troppo: aspettando capricci, lotte interne, invidie, gelosie. In tre mesi abbiamo visto svilupparsi in tutta la sua magnificenza un motto che conosciamo bene dalle parti nostre perché è molto “pirandelliano”: il fatto è uno, il discorso è un altro. Da questo punto di vista, quella che abbiamo di fronte è una sorta di “crisi magica”.

Io, tuttavia, penso che il Presidente non sia andato oltre le sue prerogative. Magari le ha esercitate in un modo insolitamente ruvido. Ma forse lo ha fatto di più chi ha pilotato una crisi per molti aspetti extra istituzionale: un programma preparato dai leader, una lista di ministri già presentata non al Quirinale ma alle agenzie di stampa, la scelta ultimativa (ma mi pare infelice) di un candidato premier che, con tutto il rispetto per il suo curriculum, non mi dava l’impressione di avere tutte le carte in regola per misurarsi nella turbolenta arena europea. Premier mai eletto. Ed è molto dubbia l’argomentazione che, poiché era nella lista dei ministri presentata “al popolo” che poi ha votato il partito che l’aveva prodotta, allora ha votato pure lui. Non scherziamo con le cose serie. Se proprio vogliamo parlare di prerogative, beh… nella Costituzione ci sono scritte altre cose.
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Nella foto di copertina, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel corso della visita all’Istituto pediatrico “Giannina Gaslini”

Daniele Billitteri

Direttore editoriale