Il curriculum e il caso Palermo

Ci sono parole, frasi, neologismi, perifrasi o circonlocuzioni che godono di improvvisi momenti di celebrità. Pensate, per esempio, allo scendere in campo che da Berlusconi in poi uscì fuori dal gergo sportivo per entrare di diritto in quello politico; oppure a tracimare, a cui gli italiani si abituarono per le tristi cronache di una tragedia estiva; o ripescando nella memoria, a tangentopoli e allunaggio, parole inesistenti entrate nel linguaggio di tutti i giorni, sino al petaloso dello scorso anno, che ha ballato una sola estate.

Il 2018 sarà ricordato come l’anno di curriculum, termine insidioso in un Paese come il nostro, perché è la chiave di lettura che ciascuno offre al prossimo. Racconta di noi, di ciò che abbiamo fatto e di ciò che siamo, del nostro sapere e delle nostre inclinazioni. Non è una fotografia, ma un selfie: siamo noi a farlo, non c’è l’obiettivo e l’obiettività di un fotografo terzo. In un Paese dalle mille contraddizioni come gli Usa, meno ipocrita del nostro e giustamente intransigente sugli aspetti etici di base, un curriculum falso ti toglie di mezzo dalla scena pubblica per sempre. Da ciò ne deriva che il curriculum, nella sua parte fondamentale che è quella del cosa hai fatto, è sempre ineccepibile. Tanto sai che c’è qualcuno che sempre ti farà le pulci.

La vicenda di Giuseppe Conte, premier incaricato e dal curriculum ancora incerto, ci porta ad alcune considerazioni che vanno al di là della struttura curriculare che si dà per scontato debba essere veritiera.

La prima e più banale: può un veterinario essere Presidente del Consiglio? Può un semplice diplomato essere la guida di un Governo? Il sì è doppio, magari non opportuno, si potrebbe obiettare, ma sempre di sì si tratta. A chi guida un Paese si richiede una dose robusta di competenza (giuridica ed economica) ma non l’obbligo di uno specifico titolo di laurea. Chi attribuisce l’incarico – il Presidente della Repubblica – si assume la responsabilità di una scelta etica, senza altri vincoli, convalidando o meno l’opzione delle forze politiche che tutelano interessi di parte. Ecco perché si guarda il curriculum, perché esso, in un giudizio che deve essere imparziale, assume il significato di un certificato di competenza.

Ovviamente il curriculum ha un peso nel privato, dove la competenza assume un valore assoluto, un altro nel pubblico dove la selezione talvolta è meno ferrea.

Restiamo nel pubblico, il curriculum vale per tutto e in ogni circostanza? Stavolta la risposta è no. Palermo, seconda metà degli anni ’90, Leoluca Orlando sindaco. C’è da nominare il nuovo assessore alla Cultura che è strategico per la visione che il sindaco ha della città e centrale per il suo rilancio. S’inventa una soluzione estrema, prende il curriculum di un cardiologo poco più che quarantenne e lo straccia a mille pezzettini, metaforicamente s’intende. Quel cardiologo sarà il migliore assessore possibile – è vero, godendo di una dotazione finanziaria inimmaginabile – e poi anche il sovrintendente del Teatro Massimo. Si chiamava Francesco Giambrone e al Massimo c’è anche a questo giro. E il curriculum? Marginale in questa vicenda. Ma con tutto il rispetto per Giambrone, una cosa è fare l’assessore a Palermo, ben altra il Presidente del Consiglio. Lì il curriculum conta, eccome. Tanto che a Conte non si contesta preventivamente la competenza quanto, diciamo così, le eventuali sfocature del suo selfie.

Potremmo dire che il curriculum è necessario per frenare il libero arbitrio di chi ha potere di nomina? Vero, e infatti la legge di un Paese ipocrita consente nelle Pubbliche Amministrazioni di ricorrere agli incarichi fiduciari in maniera da rendere vano l’appellarsi al curriculum e quindi alle competenze. E oltre il danno anche la beffa perché attraverso incarichi fiduciari si costruiscono curricula. Pensate, per restare nelle cose di casa nostra, ad un incarico fiduciario dato da un Ente Locale palermitano ad un/una giornalista dal curriculum quasi inesistente. E pensate al concorso prossimo venturo a cui quel/quella giornalista potrà partecipare grazie al curriculum messo a posto dal precedente incarico. Basterebbe che la norma indicasse che gli incarichi fiduciari fossero non considerabili nei concorsi pubblici. Ma la premessa era: viviamo in un Paese ipocrita. Rassegnati e per questo a volte frustrati.

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