Castelbuono, un delitto di mafia dimenticato

“Sono molto orgoglioso di mio padre, oggi più di prima”. Così dopo quasi 40 anni Antonio, figlio di Salvatore Castelbuono, ucciso il 26 settembre 1978 dalla mafia, mentre si trovava a bordo della sua autovettura nel territorio di Villafrati, quasi al confine con Bolognetta.

Salvatore era un vigile urbano. È morto mentre compiva il suo dovere. Nel periodo in cui perse la vita stava collaborando con i Carabinieri del Comando provinciale di Palermo, assieme a quelli di Monreale e Misilmeri, per la cattura, dopo l’uccisione del Colonello Russo, del boss corleonese Leoluca Bagarella sempre più presente nella zona di Bolognetta. “Conoscendo bene il territorio e le persone del luogo, mio padre – racconta Antonio Castelbuono – iniziò a fornire al nucleo investigativo notizie che gli organi inquirenti da soli non sarebbero riusciti ad acquisire, tanto che il 19 settembre di quell’anno accompagnò un’autocivetta nel posto in cui riteneva si trovasse Bagarella”. Ma iniziarono le telefonate anonime intimidatorie, poi l’uccisione. Cinque colpi di pistola e per la famiglia Castelbuono fu il buio.

All’epoca dei fatti Antonio aveva appena 12 anni. “Mi hanno tolto la luce, colui che illuminava il mio cammino e quello dei miei fratelli. La mia famiglia è rimasta nel silenzio per molti anni, il caso di mio padre – racconta l’uomo – è caduto nell’oblio”. Furono momenti difficili, carichi di molta paura: “Dove abitavamo qualcuno sapeva che mio padre era stata ucciso perché collaborava con i Carabinieri, ma altri ricondussero la sua uccisione ad altri motivi. Un’altra cosa che ha messo paura alla mia famiglia fu la telefonata anonima che il 29 settembre arrivò per rivendicare il delitto di mio padre. ‘Carabiniere, dica al comandante del suo nucleo operativo che l’uomo che cercavate lo avete sfiorato da vicino. La banda che ha suonato per il vigile urbano suonerà anche per i Carabinieri’, frase che mise in allarme tutti, mia mamma, che voleva che non accadessero altre cose. Qualcuno esortò la mia famiglia a stare in silenzio”.

Un lungo silenzio che Antonio a un certo punto ha voluto rompere affinché l’eroico gesto di suo padre ricevesse la giusta riconoscenza. “La prima volta che ho parlato di lui è stato dopo 38 anni. Inizialmente – continua a spiegare l’uomo – non dicevo che era stato ucciso. Quasi mi vergognavo, la gente arriva anche a farti vergognare. Oggi sono molto orgoglioso di mio padre, più di prima, e voglio che lo scorrere del tempo non cancelli il suo gesto e quello delle altre vittime della mafia. Tanti sono caduti nell’oblio, alcuni non sono nemmeno emersi”. E perché non vengano dimenticati, Antonio oggi si dà molto da fare: “Porto la mia testimonianza nelle scuole, mi adopero per la mia collettività, per gli altri, per gli ultimi, parlando non solo di mio padre ma anche di altre vittime”. Infine, in merito alla Giornata della Legalità che ricorre oggi, dichiara: “Occorre sollecitare la coscienza dei giovani affinché il cancro della mafia venga sconfitto o perlomeno ridotto ai minimi termini. E anche se a volte sono le stesse istituzioni a non comportarsi bene, noi non ci fermiamo qua, noi andiamo avanti perché vogliamo giustizia e legalità”.

A Salvatore Castelbuono, negli ultimi anni, è stata conferita da Giorgio Napolitano la medaglia d’oro al Merito civile e dalla Provincia Regionale di Palermo la medaglia d’argento per Benemerenza civica. E sia il capoluogo siciliano che Bolognetta gli hanno dedicato una via.