Giovanni, perdonaci: questo 23 maggio non ci piace più

Un dovere rendere omaggio a Falcone, Morvillo, Montinaro, Schifani e Dicillo, ma è ora di trovare il modo di dare un calcio alla retorica. E noi oggi tifiamo per il silenzio. Un lungo, immenso, travolgente corteo in silenzio…

Diventa sempre più complicato vivere il 23 maggio a Palermo. Troppi i pensieri che ci portano lontano dal doveroso omaggio a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Un omaggio che presupporrebbe la sobrietà come regola aurea. Non sarebbe una brutta cosa il silenzio, ipotesi suggestiva che quest’anno sta galleggiando tra le onde alte della retorica.

Pensate, un lungo corteo silenzioso che attraversa Palermo, la forza di quel silenzio da contrapporre al vuoto cosmico delle parole di circostanza che da diversi anni ammanta questa giornata. Già lo scorso anno si vissero momenti di dissenso, non a caso protagonisti gli studenti, a volte cazzoni ma sempre anime candide e poco disposte ad accettare le ragioni dell’opportunismo. Gli sequestrarono gli striscioni a pochi passi dall’albero Falcone, profanando ogni principio di legalità e la garanzia del diritto a uscire fuori dal coro.

Ci fu un’interrogazione parlamentare del senatore Campanella, però mai pervenute le scuse per quella lezione improvvisata di inciviltà e sopruso.

Sul 23 maggio et similia c’è chi ha costruito carriere e nuove esistenze. Non c’entra soltanto l’annosa questione dell’antimafia di professione o di facciata, che si ripropone in questi giorni sulla scia dello scandalo Montante, come il più banale dei reflussi gastrici. Ai travestimenti in questa terra di intrighi e di beffe ci siamo ormai abituati. Infastidisce ai limiti dell’intollerabilità l’abuso di retorica che unisce in maniera trasversale uomini e donne di ogni casato, i consanguinei e i tanti altri che il prestigio se lo sono conquistato sulla pietosa via del risarcimento morale. Una folla che priva di questa vetrina resterebbe (più che opportunamente) ai margini.

Sul dolore non si scherza, ma la partecipazione gridata, necessaria 26 anni fa ad abbattere il muro dell’omertà e delle complicità ha generato da qualche tempo l’ignobile tendenza a considerare alla stregua di una passerella anche la via Notarbartolo. E l’albero Falcone poco più che un addobbo. Falcone – assieme ai tanti Falcone che la mafia l’hanno combattuta in trincea – deve essere ricordato e spiegato ai nostri figli. È sulla memoria che si costruisce un presente migliore del passato. Ma una cosa è raccontare Falcone, ben altra le falconiadi ad ogni latitudine sparse.

La Nave della legalità rappresenta un momento da salvare perché i protagonisti sono le centinaia di ragazzi che scelgono Palermo per cominciare a vivere la loro cittadinanza attiva. Il resto ormai sa di fuffa. Ecco perché il silenzio assumerebbe una dimensione dirompente, un silenzio che farebbe rumore perché nel silenzio i cognomi non contano. Tutti uguali, senza prime donne. Conterebbe soltanto la lunga catena umana e il no alla mafia. Perché se una cosa è vera, è che le loro idee, quelle di Giovanni e Paolo, Peppino e Rocco, Carlo Alberto e Boris, hanno bisogno di gambe su cui camminare. E non di specchi su cui rimirarsi.

Noi nel giorno di Falcone vogliamo proporvi altre storie, un’altra maniera per non dimenticare. L’infanzia di Claudio Domino spezzata dalla mafia e lo sgomento del papà di fronte ad un omicidio troppo in fretta dimenticato; l’agguato mortale a Salvatore Castelbuono, un vigile urbano di cui Cosa Nostra non fece fatica a liberarsi e quel senso di vergogna dal quale solo recentemente il figlio s’è liberato; e l’ultima non macchiata di sangue ma che la dice lunga sulla retorica di queste celebrazioni, è quella di Franco Lannino, tra i più formidabili fotoreporter siciliani. Quest’anno è partito, fuggito, lontano da Palermo. Raccontare questo 23 maggio non gli interessa più.

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