Le accuse di Lidia: “Violenze sulle donne? Ci dicono che ce la siamo cercata”

Donne perseguitate da compagni o ex, vittime di un amore che non è amore, ma solo egoistico possesso scambiato come tale. Tanti i casi puntualmente riportati dalla cronaca, a livello nazionale, molti dei quali finiti nel più tragico dei modi. Donne perseguitate, accoltellate, sfregiate, picchiate fino all’uccisione. Eppure stando ai numeri raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica, sulla base dei database del Ministero dell’Interno, dal 2011 al 2016 le denunce per stalking sarebbero passate da 9.027 a 13.177, con un aumento del 45%. Ma i condannati sembrano essere ancora troppo pochi, si parlerebbe di uno su dieci. Non solo. Come riporta La Stampa, da una ricerca specifica che l’Istat ha dedicato a questo reato emergerebbero altri dati poco confortanti: nell’arco della proprio vita il 21,5% delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni ha subito comportamenti persecutori da parte di un ex partner, e il 78% delle vittime non si è rivolta ad alcuna istituzione e non ha cercato aiuto presso servizi specializzati.

Una che ha conosciuto bene la violenza del proprio compagno è Lidia Vivoli, 46 anni, ex hostess della WindJet, alle spalle un femminicidio mancato. Il suo incubo ha preso il via tra il 24 e il 25 giugno del 2012, a Bagheria, quando l’allora partner la colpì più volte con una padella in ghisa e con un paio di forbici. L’uomo fu condannato a quattro anni e sei mesi per tentato omicidio e sequestro, per poi tornare libero. Seguì un’altra aggressione, per cui finì nuovamente in carcere, questa volta con l’accusa di stalking. Poi la prospettiva dei  domiciliari con braccialetto elettronico, ma i 2.000 disponibili sono finiti, per cui il timore della donna è che l’ex compagno possa tornare a casa senza controllo. Ed è così che si riaccende in lei la paura.

Dal 2011 e al 2016 sono raddoppiate le denunce di stalking. Sembra che tra le donne sia aumentato il coraggio per denunciare le violenze subite dagli uomini.
“È un dato importante, ma da esso si evince anche un’altra cosa. La donna ha sempre subito violenza nel corso della storia, adesso però studia, lavora, ha preso maggiore consapevolezza di sé e del suo essere umano con dei diritti, quindi non ci sta più a subire violenza. Ora la donna viene aggredita quando dice no a tutto questo, quando lascia l’uomo, e questo lo vediamo in ogni caso. Le donne trovano la forza di ribellarsi e poi trovano anche quella per denunciare convinte, come lo ero io, che lo Stato poi le tuteli”.

Secondo i dati, solo uno su dieci denunciati è alla fine condannato. Emerge un certo senso di impunità dei colpevoli…
“Questo grazie alla legge. Viviamo ancora in una società culturalmente arretrata dove, vuoi non vuoi, se la donna viene stuprata, ammazzata o molestata, è perché se l’è cercata. È sempre colpa nostra, se usciamo alle tre di notte, se diamo confidenza, se iniziamo un approccio con un uomo e poi non vogliamo più proseguire la relazione. Nei reati contro le donne, prima di verificare la colpa del reo, si verifica il comportamento della vittima. Lo fanno i pm, i giudici, chi dovrebbe essere super partes. Questa è la cosa più grave. Lo fanno pure i poliziotti e carabinieri quando vai a sporgere denuncia. La vittima non dovrebbe mai essere giudicata”.

Occorre quindi un cambio culturale, eliminare questo pregiudizio di base. E lo Stato cosa dovrebbe maggiormente fare?
La procedura è lenta, anche se ogni caso va valutato a sé. Io ero sola, senza figli, me ne sono fregata e sono andata avanti. Non ho fatto un passo indietro nemmeno di un millimetro. Ma ci sono conseguenze fisiche e psicologiche, per le quali io non ho mai avuto un risarcimento. E nel momento in cui lui sarà fuori, la serenità per me finirà. Io pagherò un prezzo altissimo. Per questi uomini invece ci sono sconti e premi. Le vittime non hanno diritto di avere un premio? O perché vittime, devono solo morire? Lo Stato ha stanziato solo 200 mila euro per coprire le spese delle donne vittime di violenza su tutto il territorio nazionale, quando ne sono stati spesi 400 milioni per le elezioni del 4 marzo e adesso dobbiamo andare a rivotare. Mi sembra un po’ ridicolo”.

Sarà per questo che, secondo i dati Istat, il 78%, delle vittime non si sarebbe rivolto ad alcuna istituzione e non avrebbe cercato aiuto presso servizi specializzati?
“Oggi sono davvero poche le donne che denunciano perché sanno che non c’è tutela, se diventassimo tante penso che le cose cambierebbero. È anche importante parlare e ascoltare le storie delle altre persone che hanno subito violenza, perché i comportamenti che fanno capire che qualcosa non va sono identici. Quando lui inizia a dire di non uscire con l’amica, di non indossare la minigonna, di non truccarti, di dargli la password di Facebook, occorre allontanarlo immediatamente. E poi logica e buon senso dovrebbero camminare di pari passo con la legge e la giustizia. Oggi le leggi sono troppo a interpretazione dei giudici, ci vorrebbe un po’ di empatia in più”.

Lidia, un messaggio per le donne vittime di violenza come lei?
“Nel momento in cui ci rendiamo conto che quello che subiamo non è quello che diamo, allora non è amore. Occorre andare via il prima possibile chiedendo aiuto a qualcuno. Ma prima si deve andare via e poi si deve fare la denuncia, mai fare il contrario. Le cose si cambiano solo con il coraggio. Più siamo, meglio è. Io ci sto provando, anche con la paura che presto possa essere uccisa”.

A tinte forti, Parco delle Madonie

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