L’omicidio La Torre 36 anni dopo: storia di un’ammazzatina facile facile

Ci sono omicidi eccellenti nella storia di Palermo e d’Italia che fanno impressione per la facilità con cui sono stati commessi. Se pensi alla strage di Capaci o a via D’Amelio, capisci che lì la mafia (e forse non solo) deve essersi veramente impegnata. I pedinamenti, il tritolo, le necessarie coperture logistiche, gli appostamenti, insomma omicidi travagghiati.

Poi ci sono i casi come quello di Pio La Torre, uno che la mafia la sfidava ogni giorno, dai banchi del Parlamento a suon di leggi e da Corso Calatafimi quando ancora esisteva la grande casa comunista. Uno che la mafia ha impiegato poco a toglierselo di mezzo, giusto il prezzo di un killer che allora era anche a buon mercato. Un’ammazzatina facile facile.

Era il periodo in cui l’impotenza i siciliani onesti se la sentivano addosso, come se lo Stato, quello con la esse maiuscola che in Sicilia non cercava compromessi, fosse l’azionista di minoranza nella lotta al suo nemico pubblico numero 1. La Torre era un uomo di partito, sceso di nuovo in Sicilia per dare forza a quel Pci che il suo no alla mafia voleva dirlo a voce alta. Un partito che lo aveva chiamato per alzare le barricate e tenere a bada le tentazioni del mortale abbraccio con la Dc di cui taluni esponenti locali erano fautori sotto traccia.

La Torre finì come finì il 30 aprile del 1982, cinque mesi prima di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il sindacalista rosso e il generale, la stessa missione apparentemente lasciata a metà, il destino identico di chi allora pagava con la vita solitudine, isolamento e la distrazione dello Stato. Quello che la esse maiuscola non sapeva cosa fosse.

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