Pasta Barilla, no al grano canadese al glifosato. Margherita Tomasello, Confcommercio: “Grano siciliano da valorizzare”

Il grano duro torna nei titoli di cronaca, in questi giorni, per la recente decisione della Barilla di interrompere l’acquisto del cereale prodotto in paesi come il Canada in cui, al contrario dell’Italia, è consentito subito prima della raccolta l’uso di un prodotto chimico, il glifosato. L’ erbicida è inserito dal 2015 dallo Iarc, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro che fa parte dall’Oms, nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene“. È una svolta storica, sottolinea la Coldiretti, in una situazione in cui un pacco di pasta su sette prodotto in Italia è fatto con grano canadese.

Già nel 2017 le importazioni di grano duro dal Canada erano crollate del 39,5%, per l’entrata in vigore in Italia del decreto con l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza del grano impiegato. In Italia ci sono un milione e 350mila ettari di coltivazioni di grano duro, con un raccolto che – afferma la Coldiretti – sfiora i 4 miliardi e 300 milioni di chili concentrato nell’Italia meridionale, soprattutto in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano circa il 40% del totale nazionale.

È evidente quindi come l’aumento dell’acquisto di grano duro nel mercato interno italiano possa essere rilevante per il tessuto agricolo dei produttori siciliani. Barilla fa sapere di avere investito 240 milioni in progetti che coinvolgono 5000 imprese agricole italiane che coltivano una superficie di circa 65 mila ettari con un incremento del 40% dei volumi di grano duro italiano nei prossimi tre anni.

Margherita Tomasello
Margherita Tomasello, vicepresidente Confcommercio Palermo

Il tema del grano siciliano da ricoprire e valorizzare rimane di stretta attualità, in un mercato attento a qualità ed oscillazioni nei prezzi, visto che si cerca continuamente di trovare grani che possono offrire specifiche di alta qualità, come una percentuale di proteine elevate.
Margherita Tomasello, imprenditrice, vice presidente di Confcommercio Palermo, che per anni ha guidato con la sua famiglia l’omonimo pastificio di Casteldaccia, nato nel 1910, è una delle più qualificate voci siciliane sul tema.

Qual è la situazione attuale nella coltivazione e nel commercio del grano in Sicilia?

“Il grano duro costituisce un comparto di primaria importanza nell’ambito dell’agricoltura siciliana e rappresenta il seminativo largamente più utilizzato nelle culture. Nell’Isola la superficie a frumento duro ha attraversato nell’ultimo ventennio una fase di progressiva flessione. Queste flessioni sono causate da una politica comunitaria assolutamente inadeguata e dalla chiusura di aziende di trasformazione del comparto. Pur avendo subìto importanti contrazioni pari a poco meno del 40%, le zone interne della Sicilia continuano a rappresentare ancora le aree in cui si registra la maggiore concentrazione delle imprese di selezione e commercializzazione delle sementi. La commercializzazione del grano duro, in Sicilia, passa attraverso i centri di stoccaggio, che possono essere considerati l’anello di congiunzione tra la fase agricola e la fase industriale. Spesso sono strutture a gestione privata o associata. Strutture che troppe volte determinano addirittura il prezzo del grano per le aziende di produzione, perché una volta comprato il grano dagli agricoltori, e quindi ammassato, spesso si gioca al rialzo tenendolo dentro i silos, aspettando, guardando i prezzi degli altri mercati, insomma, una vera e propria speculazione a danno non solo dell’agricoltore il quale ha venduto certamente ad un prezzo molto basso, ma anche dell’azienda e poi per finire del consumatore”.

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