Quando i bambini ci insegnano come dovrebbe andare il mondo

La maestra però non si è persa d’animo e ha capito che quando un anello della catena è debole, gli altri devono stringere di più e ha utilizzato un sistema che invece di proteggere i bambini da una realtà che devono conoscere, li ha responsabilizzati. Come? Col cartello che vedete in foto. Ognuno di loro ha un compito specifico, c’è chi deve chiamare gli altri insegnanti, chi deve avvertire la bidella, chi prendere i medicinali e chi il cellulare dalla borsa della maestra. Ognuno, nessuno escluso, anzi. I bambini hanno fatto a gara almeno per fare i supplenti di chi ha un incarico e magari quel giorno è assente.

L’iniziativa era rimasta circoscritta, fino a che la mamma del bimbo non ha visto il cartello e ha capito. Si erano organizzati senza clamore, la mamma appena appreso il tutto, lo ha diffuso, per la commozione e per la gratitudine. Io non so cosa passi a chi legge questa storia, a me fa capire ancora una volta, che se qualcosa di difficile viene diviso, pesa di meno, magari leggermente, ma il fardello riesce meno pesante e i fantasmi delle notti di paura per un po’ ripiegano il lenzuolo. In questo giorno in cui apprendo di ennesimi bombardamenti in Siria, in cui i bambini hanno pagato il prezzo di scelte adulte, vorrei un adulto responsabile e tante scelte fatte da bambini, piuttosto che adulti che giocano alla guerra con prezzi spropositati.

Ma soprattutto, lì dentro vedo un microcosmo, quello della buona notizia che non fa notizia e se anche la fa, viene derubricata con “non dovremmo stupirci, il mondo dovrebbe andare così”. E invece no, stateci, il mondo va peggio e queste cose vanno evidenziate, come un salvagente che salva almeno uno che sta per affogare. Uno in meno sottratto ai flutti. In questi ragazzini vedo il futuro di chi a lasciare indietro un suo vicino, a non vederlo sorridere, proprio non ci sta. E chissà, magari si abbrutiranno, ma poi una vocina li riporterà a quando erano piccoli e dovevano prendere il medicinale dall’armadietto per il compagno in difficoltà.

Perché la parola compagno, che sia di scuola, di vita, di altro, ha dentro una funzione vitale. Significa “colui che ha il pane in comune”, che divide. Per questo, mi ricordo un vecchio proverbio indiano, ripreso da una canzone dei Negrita. Educa un bambino, avrai un uomo in più, educa una bambina e creerai una tribù. Ad occhio e croce,, in quella classe, siamo sulla buona strada.

A Riccione un bimbo scopre all'improvviso di essere affetto da anomalie epilettiformi. La maestra e i compagni di classe si organizzano per dare una mano


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