La Pasqua in Sicilia è una resurrezione mancata

La Pasqua in Sicilia assume i contorni laici di una resurrezione mancata. Pensiamo alle aspettative che si sono maturate in questo lunghissimo anno in cui, auspice il triplo turno elettorale, siamo andati in cerca di soluzioni che ci consentano di coltivare la speranza.
E di fatto ci troviamo al punto di partenza o quasi. Nessuno provvisto di cervello poteva ipotizzare rivoluzioni a colpi di bacchetta magica, ma qualcosa di più che annunci era lecito attendersi.
Il valzer delle urne è stato ballato su spartiti del tutto prevedibili. Leoluca Orlando ha ingoiato in un sol boccone l’alternativa pasticciata dell’eterno rivale Ferrandelli e respinto l’assalto delle truppe pentastellate. Si è issato ancora una volta sul trono di Palermo già dal tempo necessario per mettere alla luce un bambino, eppure in questi 9 mesi Palermo non ha avuto una nuova vita. Anzi i suoi problemi sembrano incancrenirsi, dall’incuria dei servizi al cittadino alla mancanza di spinta propulsiva che la stessa esperienza amministrativa di Orlando seppe assicurare in maniera evidente alla fine degli anni ’90.
E vogliamo parlare della Regione? Il centrodestra l’ha riconquistata a suon di voti rendendo vana la rincorsa dei Cinquestelle, ha ottenuto la maggioranza dei seggi e paradossalmente paga proprio questa sua autonomia risicata che consegna alle bizze dei suoi stessi deputati un potere di ricatto notevolissimo. Paradosso ma non troppo: se Musumeci si fosse fermato alle soglie della maggioranza dei seggi sarebbe stato costretto a discutere della governabilità a monte e a trovare una maggioranza più larga della sua coalizione. E forse oggi la Sicilia avrebbe un progetto di futuro meno precario.
I Cinquestelle quasi orfani di Grillo si sono presi una clamorosa rivincita alle Politiche, facendo saltare il banco e portandosi a casa tutti i collegi della Sicilia. Chiedere a questi neo deputati e senatori se sono soddisfatti del loro esordio, di questo matrimonio innaturale con un soggetto politico che si chiama Lega Nord. E pretendere l’uso della macchina della verità per evitare di ritenere plausibile le prevedibili e penose bugie di rimando.
Tutti danno la colpa alle leggi elettorali incapaci di garantire governabilità al vincitore, come se esse fossero calate dal cielo e non frutto di una scelta che di fatto toglie all’elettore la capacità di incidere attraverso le sue scelte. È l’apologia del pareggio, reato grave che in politica confina con l’ignavia. Con queste premesse la speranza di uscire dalle secche è da considerarsi alla stregua di un miracolo. E anche oggi di resurrezione se ne parlerà domani.

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