Fabrizio Frizzi, Armando e le opinioni mai urlate

Nel 1992, quando scoppiò la guerra in Jugoslavia, poi frantumatasi in varie nazioni, si racconta che a Sarajevo, le persone che prima si salutavano cordialmente, iniziarono a guardarsi in cagnesco, fino a inseguirsi con le armi in mano. Si racconta di amici, che in nome di una ideologia politica hanno sacrificato anche persone con cui avevano diviso vite, amori, presenze.

Mio padre, dopo varie crisi di coscienza e coerenza, si era trovato in un altro fronte politico, rispetto al suo migliore amico. Una persona con cui aveva diviso anche il sonno. Armando, si chiamava. Armando al fatto di essere democristiano ci credeva davvero, più o meno come poteva crederci Piersanti Mattarella. E litigavano, litigavano fino a tarda notte, con Armando che per via del suo male, non poteva urlare tanto quanto mio padre e allora mia madre interveniva e faceva calare un silenzio da cattedrale gotica, perché Armando doveva dire una cosa.

Stamattina apprendo della morte di Fabrizio Frizzi e i pensieri fatti prima, sulla Jugoslavia, sugli amici di diversa fazione, trovano un senso. Almeno per me. Credo di stare assistendo ad un’epoca che mi sta lasciando abbastanza interdetto per la violenza verbale, per il sacrificio quotidiano che vedo in nome di un’opinione urlata diversa da un’altra, delle amicizie o dei semplici contatti. Ogni giorno una pira dialettica in cui bruciare tutto. E fanculo il garbo, il trovarsi a metà strada anche in nome di un passato, il contare o l’aver contato per qualcuno. La retorica dei buoni sentimenti da divano, in cui si filosofeggia su tutto, cosa è la satira, cosa è l’ideologia, se respingere un razzista è esso stesso razzismo, l’accoglienza filtrata e preventiva, i muri nella propria bacheca se chi chiede di entrare è di diversa matrice. Senza nemmeno dargli la possibilità di esprimersi. E stamattina, chissà perché, in nome di tutto questo, ho pensato che forse sarebbe il caso di pensare davvero a dare un senso alla propria voglia di combattere, di fare quello in cui si è portati, per indole, talento o scelta di vita, piuttosto che rosicare eternamente se qualcuno fa qualcosa meglio di noi. Di piantarla a fare a gara su qualcosa, che anche da piccoli se si veniva massacrati in una partita di calcio, il giorno dopo il riscatto si otteneva eccome. Bastava impegnarsi e rovinare ancora di più le scarpe nuove. Di non piangersi sempre addosso, perché questo rallenta, dico davvero.

Sbrighiamoci a lasciare un segno vero e tangibile a chi amiamo e che sia un bel segno, non una cicatrice. Perché sembra retorica, ma ve lo giuro e non per sentito dire, la vita è breve. E insieme a Fabrizio, persona di garbo enorme, di cortesia domestica che ogni sera entrava a casa con un tono mai sovraesposto, ho pensato ad Armando. Due figure che conoscevo dall’infanzia, Frizzi me lo ricordo dai tempi di Tandem. E in questa epoca di qualsiasi cosa urlata, qualsiasi, utilizzando pure il maiuscolo per strepitare la propria idea, mi auguro che loro continuino anche dove sono, ad esprimere opinioni garbate, magari con qualcuno che dice “zitti, che deve parlare lui, fate un po’ di silenzio”.


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