Musumeci, pagelle e i cartellini gialli

Dal ritiro sulle Madonie filtrano i complimenti e anche i primi richiami. Ecco chi ha superato il primo trimestre e chi invece dovrà recuperare…

Ha fatto poco o ha comunicato male? Dal 30 novembre, giorno dell’insediamento della giunta Musumeci, sono trascorsi 110 giorni, un lasso di tempo in cui non possono prospettarsi miracoli. Questo no, ma segnali di esistenza in vita certamente sì. Il motivo del ritiro nelle Madonie imposto dal Governatore è anche questo, serrare le fila, verificare cosa bolle in pentola assessorato per assessorato, scoprire quali saranno i tempi per far comprendere ai siciliani che i tempi sono cambiati e che Crocetta Rosario è soltanto un ricordo e non quel termine di raffronto che i critici più maliziosi hanno evidenziato negli ultimi giorni.

Segnare la differenza è la parola d’ordine e non tanto perchè Musumeci sia condizionato dal suo esuberante predecessore o perché c’è un passato da cui prendere le distanze. Il fatto è che la Sicilia è boccheggiante e si aspetta un cambio di passo. E questa è operazione che francamente è stata solo accennata, nonostante una indiscutibile maggiore coesione e una credibilità corale e individuale di ben altro spessore.

Il ritiro non può considerarsi punitivo sullo stile delle squadre di calcio in crisi, ma è fuor di dubbio che Musumeci si aspettasse di più e che le mazzate prese dalla coalizione di governo alle Politiche sono state ben più di un campanello d’allarme sul clima di sfiducia che aleggia sul condominio D’Orleans. Nessuno lo dice ma è già tempo di pagelle che, da buon preside, Musumeci ha già redatto e non ancora consegnato per non scoraggiare la sua classe. Per gli scrutini – che potrebbero determinare un rimpastino di governo – c’è ancora qualche tempo e non è il caso di creare tensioni. Nel silenzio dell’eremo madonita, lontano dai pettegolezzi del Palazzo e da orecchie indiscrete, ciò che si doveva dire è stato detto.

L’assenza di Vittorio Sgarbi testimonia che per le sue dimissioni manca soltanto la firma al protocollo. Bocciato per scarsa condotta, non certo per carenza di rendimento. È la riprova che queste operazioni – immagine in Sicilia sono assai complesse, per non dire pretenziose. Sgarbi oggi come Battiato e Zichichi ieri.

Per il resto la classe si è subito spaccata in due, i buoni da un lato e i (quasi) cattivi dall’altro. Anche se in questa divisione pesa ovviamente la tipologia delle deleghe. Marco Falcone alle Infrastrutture, per esempio, lavora più in prospettiva rispetto a Bernardette Grasso alle prese con una materia che, come la legge sulle ex Province, dipende più dalla sua volontà che da tempi tecnici. E infatti Grasso sta ampiamente tra i buoni, come Edy Bandiera il cui attivismo specie sul settore pesca è stato più volte sottolineato. E come Roberto Lagalla i cui primi passi sul viscidissimo terreno della formazione professionale sono stati sottolineati con applausi da ogni parte in causa. Possono considerarsi appartenenti alla “eletta schiera” e per motivi diversi anche Gaetano Armao e Ruggero Razza.

L’assessore all’Economia è impegnato su un doppio fronte: ridisegnare la spesa pubblica e rinegoziare gli accordi capestro con lo Stato che sottraggono risorse considerevoli alla Sicilia. E talmente improbo il compito che gli sarà consentito prendersi il tempo adeguato prima di una valutazione finale. Diverso il discorso che riguarda Razza. Il rapporto di fiducia con Musumeci lo pone in un altro piano rispetto agli altri, ha fatto quanto gli si chiedeva in questa fase e per il salto di qualità bisognerà attendere il prossimo trimestre.

Gli altri si sono limitati a fare il compitino, dare cioè una nuova veste alla cornice degli assessorati in attesa di tempi migliori. Ecco, ieri Musumeci, nella fase preliminare del ritiro, avrebbe ricordato ai suoi uomini e senza fare distinzione alcuna, che questi tempi migliori non dovranno essere più tanto lontani.

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