Macaluso: “I Cinquestelle come la Dc? Sciocchezze”

Il comico Grillo ha detto che il suo Movimento è di destra e di sinistra e, quindi, per governare possono chiedere i voti a destra o a sinistra. Insomma, questo o quello per me pari sono, come si direbbe all’opera. Qualche giornalista superficiale ha scritto che questa posizione riecheggerebbe quella della DC. Sciocchezze”. Non ha dubbi lo storico esponente del Pci e parlamentare di lungo corso Emanuele Macaluso, che nella sua consueta analisi sui social, il suo corsivo quotidiano, traccia il confine – a suo dire invalicabile – tra il movimento pentastellato e la Balena Bianca. Macaluso ripercorre un pezzo di storia politica del Paese e la trascina fino ai giorni nostri. Fino alle scelte che quel che resta del Partito Democratico è chiamato a compiere. “Non ci sono più valori e ideali – è la conclusione del ragionamento di Macaluso – conta solo se stare o non stare nel governo. Se il Pd non reagisce a questo modo di far politica, a mio avviso è finito, ha chiuso”.

Una conclusione a cui Macaluso giunge, appunto, dopo una carrellata di aneddoti e momenti storici, a partire dalla Dc di De Gasperi. “La DC, disse De Gasperi, è un partito di centro che guarda a sinistra – scrive l’ex direttore de L’Unità -. La DC aveva un suo asse politico-culturale che originava dai Popolari di Don Sturzo che avevano un riferimento ideale e anche pratico nella chiesa cattolica. Questo non significa che la DC non ebbe sbandamenti anche a destra. Tuttavia De Gasperi nel 1952 non volle sottoscrivere un patto elettorale con la destra per le amministrative di Roma. Un patto patrocinato dal Papa Pio XII il quale non volle più riceverlo in Vaticano. Sappiamo anche quali sono state le traversie nella DC e le spaccature nel 1960 quando fu varato il governo Tambroni. Infatti, dopo le grandi manifestazioni antifasciste Tambroni fu subito mollato dalla DC allora guidata da Aldo Moro”.

“Oggi la situazione è del tutto diversa – aggiunge – dato che il M5S è anzitutto un aggregato cresciuto in opposizione alla democrazia parlamentare, così come è disegnata dalla Costituzione, invocando una cosiddetta democrazia diretta; ed è cresciuto contrapponendosi ai partiti i quali, per dettato costituzionale, debbono concorrere alla formazione della politica nazionale. Non vedo un mutamento sul tema che è fondativo per il Movimento e decisivo per ogni forza che si richiami alla Costituzione. In concreto, oggi le sirene che vorrebbero attirare pezzi del Pd di fatto tendono a disgregare questo partito“.

Secondo Macaluso, invece, “il problema vero del Pd oggi dovrebbe essere quello di ripensare se stesso e cercare di darsi una identità e una direzione in grado di avviare un nuovo corso politico, dotarsi di una struttura organizzativa democratica, ridando agli iscritti un protagonismo che non hanno avuto. Le primarie, infatti, non sono riservate solo agli iscritti ma a tutti coloro che hanno un certificato elettorale e due euro da versare. È, questa, semmai una mortificazione degli iscritti che non hanno nemmeno il compito di eleggere i propri dirigenti. Capisco che si tratta di una svolta e di un compito immane anche perché si dovrà riallacciare un rapporto vero con la società, con il popolo, soprattutto con quella parte di popolo che ha voltato le spalle a tutta la sinistra e ha votato i grillini e Salvini”.

“Per quel che riguarda il governo da dare al Paese – conclude Macaluso – lasciamo al presidente della Repubblica il compito di sbrogliare la matassa. E, in ogni caso, le responsabilità primarie vanno a chi ha vinto le elezioni, a chi continua a gridare “vittoria, vittoria”. L’idea che il Pd debba fare da supporto a Di Maio e al suo programma che ha le stigmate da me segnalate, è un segno dei tempi. Son tempi in cui ideali, valori e programmi non contano più nulla perché conta solo se stare o non stare nel governo. Se il Pd non reagisce a questo modo di far politica, a mio avviso è finito, ha chiuso“.

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