Elezioni 2018 e la notte degli Oscar: and the winner is…

Cinema e politica spesso a ruoli invertiti. In Italia, ancora una volta, c’è aria di vittoria per il Bmovie. Intanto Silvio Berlusconi stravince il premio alla carriera. E Piero Grasso deve accontentarsi di essere un attore non protagonista. In attesa del verdetto della giuria del Quirinale, scoprite cosa è stato riservato a Salvini e Meloni, a Di Maio e a Potere al Popolo.

And the winner is… Bisognerà avere un po’ di pazienza, perché per sapere il vincitore passerà ancora qualche ora, ammesso che si riuscirà a capire chi veramente abbia vinto. I numeri probabilmente ci consegneranno la lista degli sconfitti, ma è del tutto improbabile che domani l’Italia si risvegli con un vincitore riconosciuto e riconoscibile. E tutto ciò giusto giusto nella notte degli Oscar cinematografici, uno degli eventi pop planetari che, a proposito di vincitori e vinti, di polemiche ne ha determinato a palate.

È il caso che mette di fronte cinema e politica, immagini che nello specchio deforme della realtà sempre più frequentemente si scambiano i connotati. Anzi, ciascuno a modo proprio assorbe e rielabora la fisionomia dell’altro. È il cinema a fare politica, è la politica a costruirsi una fisionomia per immagini.

L’opposizione a Donald Trump, quella rumorosa che conquistava i media, l’ha fatto il mondo dello spettacolo e in prima fila c’erano sempre le star di Hollywood. Con quale esito poi si è visto, tanto che oggi non appena un attore di richiamo fa endorsement scattano gli scongiuri. Ma è sempre il cinema a raccontarci dello scandalo della pedofilia che ha coinvolto le alte sfere della Chiesa, le storture del sistema giudiziario nei casi di assegnazione dei figli post separazione, oppure il ruolo dei media nel contesto sociale. Sempre e comunque made in Usa. Qui da noi, come spesso accade, volendo imitare gli americani ci siamo fermati a metà strada, al livello del Bmovie. B come Berlusconi, tornato di moda a dispetto dell’età, della condanna giudiziaria che lo rende ineleggibile, del vento di nuovo che sembrava averlo portato del tutto lontano dalla scena.

E invece i sondaggi danno la sua coalizione in vantaggio. E l’immagine regina che ci legherà a questa iperbolica campagna elettorale, fatta dal “Vinci Salvini” che impazzava su Facebook e dalle liti in macchina di una famiglia che contestava al padre lo scetticismo verso il Pd, resterà ancora una volta di proprietà del Cavaliere. La donna con tette di fuori che lo ha preso (relativamente) di sorpresa al seggio, la Femen che gli ricordava goliardicamente di essere scaduto neanche fosse uno yogurt, ha santificato definitivamente il suo ritorno. Anche per questo bisogna assegnare a Berlusconi l’oscar alla carriera, alla sua carriera infinita. Non sarà premier, ma non sempre la notte degli oscar premia quelli che avranno più successo.

Giorgia Meloni stravince la statuetta per gli effetti speciali: i suoi maghi di Photoshop l’hanno trasformata in una Barbie anni 2000, solleticandone forse la vanità. Ma è sicuro che le abbiano fatto un piacere? Che forse un pizzico di credibilità si sia persa per strada?

L’Oscar per il miglior attore non protagonista resta a Palermo, lo porta a casa Piero Grasso, massacrato da un altro siciliano, Emanuele Macaluso, cavallo di Troia nella guerra contro Matteo Renzi. Motivazione: da presidente del Senato a leader di un partito da percentuali da Pri anni ’70. A Potere al Popolo assegnato l’Oscar per la migliore sceneggiatura, peccato che il film abbia avuto pochi spettatori. Emma Bonino: migliore non protagonista, un cammeo d’alta classe, ma niente più di un cammeo. E Salvini? E Gigetto Di Maio? Loro concorrono per la migliore regia. Tuttavia la sensazione è che un certo Antonio Tajani possegga agganci migliori con la giuria. E l’Oscar più ambito, quello della migliore regia. La busta l’ha in mano il presidente della giuria, al Quirinale. Non è mai accaduto che la statuetta non venga assegnata, quindi anche stavolta avremo un vincitore, anche se il verdetto sarà estremamente difficile. E l’altra metà dei pretendenti è già pronta ai fischi più che agli applausi di cortesia.

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