Il codice dei Fratelli per curare il nostro tempo malato. Note a margine dello spettacolo di Claudio Collovà

La scorsa domenica si è tenuta l’ultima replica Fratelli, uno spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Carmelo Samonà, che il Teatro Biondo, con felice intuizione, ha prodotto affidandone la regia a Claudio Collovà. Una scelta, quella dello stabile di via Roma, risultata azzeccata per almeno due ragioni.
La prima riguarda il testo, il cui recupero appare oggi alquanto opportuno e necessario al punto da risuonare come una riflessione biopolitica sul nostro tempo malato.
La seconda riguarda la bella interpretazione che di esso ha fatto Collovà – che già molti anni fa si addentrò in questo raffinato e difficile testo – attraverso una regia che va molto oltre il semplice rispetto dell’opera di Samonà, addentrandosi nelle sue oscurità, scavandolo, metabolizzandolo sino a farlo proprio con la profondità che abita il teatro, quando esso è autentico e ben fatto. Prova ne è la forma attoriale con cui Sergio Basile e Nicolas Zappa vi si muovono, agendolo come uno “spazio tridimensionale”, in cui sembrano esistere in scena piuttosto che rappresentare un copione. Questa condizione, rara e preziosa nel teatro, è anche favorita dalla sala Strehler e dall’intenso rapporto spaziale che essa genera tra attori e spettatori; ed è resa ancor più eloquente dalle scene belle e necessarie di Enzo Venezia, il cui sodalizio con Collovà ci abitua da qualche tempo ad una qualità visiva e dello sguardo scenico sempre felicemente integrata all’intero registro registico.

Fratelli di Claudio Collovà Fratelli di Claudio Collovà
Lo spettacolo comincia con un lungo prologo silenzioso che ha il merito di traghettare gli spettatori dai loro smartphone, accesi sino ad un secondo prima, sin dentro le interiorità di tutti: delle loro come in quelle dei due personaggi. Un tempo sospeso, dell’attesa, che sembra voler invitare al viaggio del teatro e che nel frattempo scardina le coordinate spaziotemporali per condurci nella danza tragica, desolata, violenta e allo stesso tempo visceralmente e dolcemente amorosa, su cui ruota lo spettacolo. Un dispositivo teatrale in cui ci si interroga perennemente su cosa sia realmente la malattia e quali siano i codici che adottiamo per riconoscerla. Una danza in cui il tema del doppio non è dato solo dal rapporto tra i due fratelli in scena, ma è artaudianamente inteso anche come condizione del teatro stesso. Un gioco che Collovà non propone mai simmetrico, speculare, o basato su somiglianze apparenti (sarebbe scontato). Ma esso, piuttosto, è circolare, in un inseguimento reciproco tra i personaggi che traccia cerchi nello spazio, come il tappeto rosso che Venezia piazza al centro della scena. E in cui la malattia non è mai interpretata in chiave naturalistica ma sempre come una incognita permanente sul mistero della vita e allusiva ad un qualche abuso che ci riguarda tutti. È così, infatti, che le sonorità introdotte da Giuseppe Rizzo – distanti, sfocate e che ovattano lo spazio – ne disegnano sempre la sua tridimensionalità, arrivando da lontano e andando via in lontananza dentro una dimensione processionale sia esplicita che metaforica. Succede anche che le stesse sonorità – mescolandosi con quelle che provengono dalle strade che cingono il Biondo – ci ricordano che il teatro è si finzione; ma che in fondo, e sino alla fine, riguarda sempre le nostre vite reali e le nostre anime, quando riusciamo a dar loro ascolto. Un gioco di specchi presenti sulla scena, duplica il doppio e dunque moltiplica i personaggi, che sembrano essere accompagnati – oltre che dalle loro ombre, rappresentate ciascuna dal proprio fratello – anche da altre ombre sfocate che abitano lo spazio. Ombre che trasformano il gioco duale dipendenza/controdipendenza in fatto collettivo in cui lo spettatore può rispecchiarsi anche grazie a tre porte disposte sul fondo della scena che non conducono da nessuna parte ma che, aprendosi, moltiplicano ancor di più lo specchiamento, decostruendo definitivamente lo spazio. Una decostruzione che coinvolge via via il linguaggio e le strutture della mente dei personaggi, in un gioco in cui non vi è più Caino e non vi è più Abele ma solo i loro simulacri di cui i due fratelli vestono i panni a vicenda, aggrappandosi l’un l’altro nella ricerca della cura. Strutture in cui, nell’inseguirsi circolare dei due personaggi ci si chiede chi sia il fratello quello sano e chi quello malato. Ma soprattutto cosa sia veramente la malattia. Collovà sembra invitarci a riflettere se essa sia ascrivibile ad un codice reale o se piuttosto, in verità, altri codici, scritti da altri, attribuiscano i ruoli a nostra insaputa e sta a noi decriptarli. Se ci sia davvero un fratello sano e uno malato, o piuttosto non affiori la memoria di un abuso che ci riguarda tutti e in cui ci siamo tutti dentro sino al collo. “Cercami, Cercami ancora, anche se mi hai già trovato” dice ad un certo punto dello spettacolo il fratello che la convenzione vorrebbe matto. Ma la sua follia ci ricorda che il vero senso è la cerca, non il suo esito; il percorso e non la meta.
Come in tutti i lavori di Collovà, anche in Fratelli tanti sono i tributi ad altri artisti: da Bacon a Beckett, da Kafka ad Artaud a Tarkovsky. Ma anche a Magritte, che ad un tratto plana, lieve, sulla scena con un ombrello sotto cui si rintanano i due fratelli come in una metaforica placenta; o nel gioco di ombre moltiplicate dagli specchi che, galleggiando nello spazio, rimanda a Golconda.
Come nei personaggi di Magritte, anche in quelli dello spettacolo possiamo leggere un surrealismo, che in Collovà diventa metafisica del dolore e dello smarrimento che attraversa l’uomo contemporaneo e la sua tragedia.
Condizione a cui lo spettacolo sembra voler guardare traghettando il tema della malattia da un ambito individuale – ghettizzato dentro le quattro mura delle nostre case blindate – ad uno spazio sociale e politico che necessita di una nuova consapevolezza. Che ci avverte che il malessere del nostro tempo è anzitutto un malessere sociale prima ancora che individuale. E che solo la cura di fratelli verso altri fratelli può lenire.
Dopo gli applausi del pubblico di Palermo ora c’è solo da augurarsi che il Biondo, ormai sempre più “figlio adulto” delle felici stagioni della direzione Alajmo, porti questo spettacolo in giro per i teatri italiani, per far tributare alla funzione vivificante del teatro, e ad uno dei suoi esponenti migliori, il giusto riconoscimento.

(luci e foto di scena di Nino Annaloro)


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