La Sicilia del vino, tra primati storici e nuovi successi. Il podio di Aiello: “Ecco le carte su cui puntare”

C’è la storia con la esse maiuscola che rende ancora più luminosa l’attuale stagione del vino siciliano. Recenti ritrovamenti in una grotta del Monte Kronio a Sciacca hanno rivelato tracce di vino che risalirebbero a 6.000 anni fa. Il team di archeologi guidato da Davide Tanasi dell’Università South Florida ha rivelato la scoperta dopo il ritrovamento di anfore e brocche al cui interno sono state rinvenuti campioni del vino più antico mai analizzato in Europa.

La Sicilia diventa così il primo luogo in Occidente in cui sia mai stato prodotto vino, la prima vera e propria patria della più popolare bevanda alcolica del mondo. Un primato che arricchisce la storia recente del movimento enologico siciliano che si è lasciato alle spalle gli anni più oscuri riscoprendo la qualità dei suoi vitigni autoctoni. Per puro esercizio di stile, immaginando che le condizioni ambientali di 6000 anni fa fossero identiche ad oggi, si potrebbe presumere che sul Monte Kronio i nostri avi avessero potuto bere qualcosa di simile ad un Nerello Cappuccio o Mascalese. In ogni caso, allora come oggi, la Sicilia del vino è in prima pagina.

“Sembra che giri tutto per il verso giusto – sottolinea Nino Aiello, il guru della critica enogastronomica siciliana, firma delle Guide del Gambero Rosso e dell’Espresso -. Oggi anche la storia attribuisce alla Sicilia un ruolo fondamentale e riconosce che siamo sempre stati crocevia di cultura e luogo di contaminazione. E tutto ciò proprio quando finalmente si cominciano a raccogliere i frutti di questa terra benedetta da Dio. In Sicilia ci sono le migliori condizioni possibili per la coltivazioni. E tanti vitigni, forse anche troppi. Non è un caso che si sta avviando un lavoro di ripresa e valorizzazione di antichissimi vitigni, proprio in un momento di massima attenzione per la produzione vitivinicola siciliana”.

Anche il mercato, oltre alla critica, adesso premia la Sicilia. Forse anche merito della capacità di puntare proprio sulla specificità dei vitigni autoctoni.

“È così, oggi siamo in grado di esprimere qualità e di essere competitivi sul mercato grazie al prodotto Sicilia. Fra tutti ne citerei alcuni che hanno caratteristiche di primissimo livello e incontrano anche il consenso del pubblico. Sul gradino più alto del podio il Nerello Mascalese che è il nostro cavallo di razza. Possiede profondità e longevità e se la può giocare ad armi pari persino con il Pinot Nero. Poi metterei il Grillo che era stato per troppo tempo dimenticato ma che ha potenzialità enormi. E infine una citazione per il Carricante. Detto questo abbiamo altri campioni che si comportano più che bene. Il Nero d’Avola, ad esempio, ha dato riconoscibilità alla Sicilia per diverse stagioni e possiede caratteristiche di assoluta riconoscibilità. E non dimentichiamo il Frappato, scelta ideale per chi vuole bere un vino fresco e profumato. Discorso diverso per lo Zibibbo. Le condizioni di Pantelleria sono uniche e rare, bisognerà vedere come si comporterà nel tempo sulla terraferma”.

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