Lorefice: “Nessuno è straniero, siamo tutti accattoni”

“La Quaresima presiede al risveglio dell’uomo interiore. Si tratta in concreto di mettersi in discussione, di aprirsi all’umile riconoscimento dei propri limiti e delle proprie responsabilità, imparando a chiedere scusa invece di pretenderla, a riconoscere il proprio frammento di tenebra nel confronto franco e libero con l’altro. Si tratta di non sentirci collocati per principio nel consesso dei giusti, ma di metterci in fila con i peccatori, come il pubblicano della parabola che torna a casa giustificato perché umilmente consegna a Dio la consapevolezza della sua distanza da Lui e dunque non si erge a giudice degli altri, ma si fa loro umile compagno”. Lo scrive nel suo messaggio per la Quaresima l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice.

Un richiamo all’essenzialità attraverso “le tre vie della tradizione cristiana che la Quaresima ci offre”, la preghiera, il digiuno e l’elemosina, che “non sono forme stantie ed obsolete di un passato sacrale da dimenticare, ma ci richiamano piuttosto ai punti fermi della nostra esistenza: il rapporto con Dio, con noi stessi, con gli altri”. Durante la Quaresima, in particolare, e’ la sollecitazione di don Corrado, “saremo generosi nell’elemosina (elee’o in greco vuol dire ‘aver compassione’), vigilanti nella passione della carità, nella prossimità all’altro, con uno sguardo attento a ‘com-prendere’ il suo bisogno, a provare sentimenti di ‘con-divisione’ verso di lui, ad averne cura con il cuore, con la mente, con tutte le forze che abbiamo a disposizione, negando ogni lontananza e ogni estraneità. Ascoltando il clamore della terra e dei poveri che gridano il bisogno di custodia, di cura, di fraternità e di solidarietà”.

L’elemosina è il modo attraverso cui, sottolinea Lorefice, “ci riappropriamo del nostro legame con l’altro. Noi umani ci apparteniamo. L’altro è un mio simile. Nel volto dell’altro mi riconosco, solo il volto dell’altro mi dà la giusta misura della mia creaturalità e mi riconsegna alla continua scoperta dell’incontro solidale con gli altri uomini”. L’altro che tende la mano ci pone il problema della “collocazione” dell’elemosina: si tratta infatti di un gesto “che non appartiene solo alla generosità della carità personale ma anche al dovere della giustizia. Il fratello che tende la mano ci aiuta a dilatare gli spazi del necessario e scoprire ogni volta come oggi venga spesso considerato necessario il superfluo. L’elemosina allora ci interroga su quale sia la nostra apertura agli altri, ad ogni altro uomo, perché su questo si misura la carità non raffreddata”.

Ma il gesto dell’elemosina ci interpella su quale sia il nostro impegno per la giustizia, “affinché la tanto sbandierata uguaglianza degli uomini e delle donne che abitano la casa comune e le nostre città sia veramente realizzata attraverso l’effettiva cura degli ‘ultimi’. Perché nell’elemosina la povertà viene compresa come frutto dell’ingiustizia”. Nell’elemosina “si restituisce e non si dona. E la vera elemosina può viversi solo se si e’ disposti a chiederla l’elemosina, a riconoscere cioè che siamo tutti poveri, siamo tutti accattoni“. Il soccorso dell’altro non è un gesto di benevolenza, conclude il vescovo, “ma l’esigenza imprescindibile che deriva da una profonda comprensione di noi stessi. Se la povertà del fratello ci apre alla nostra povertà ci consente di tenere caldo il cuore, perché l’amore non si raffreddi, in noi e nella città degli uomini. L’amore, l’ingrediente essenziale per dare ‘sapore’ (e anche ‘sapere’) alla vita; per cambiare rotta e inventare nuovi percorsi di convivenza nella casa comune – il pianeta che abitiamo – e nelle nostre città”.

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