La Sicilia che le cose brutte le vede da lontano

In fondo pensiamo sempre che le cose brutte succedano agli altri, che le tragedie accadano lontano da casa nostra. Siamo tenuti a pensarlo. Perché anche chi oggi ha i capelli bianchi, la guerra non l’ha conosciuta. Così abbiamo letto sui giornali, o sentito ai telegiornali, che il clima d’odio si spargeva in occidente a macchia d’olio, Paese dopo Paese.

Eppure – in Sicilia più che altrove – lo abbiamo considerato lontano rispetto alla nostra quotidianità. Vuoi per la conformazione geografica, che ha reso anche gli abitanti di questa Isola, delle isole a loro volta. Vuoi perché secoli di contaminazioni hanno predisposto la Sicilia all’integrazione culturale e religiosa. E i siciliani impermeabili, o quasi, al concetto stesso di odio razziale.

Quando il clima d’odio ha raggiunto anche Palermo, e la Sicilia intera, è stata una settimana molto piovosa. È così che rischiamo di doverlo raccontare ai nostri figli. Non pioveva da settimane, gli invasi erano ormai a secco e il razionamento dell’acqua sembrava essere l’unica certezza.

Poi il vento è cambiato.

E insieme alla pioggia, sono arrivate le ronde di Forza Nuova sugli autobus del capoluogo. E le controronde di Potere al Popolo. Così. Proprio mentre il panormosauro era distratto da un miliardo di altre cose. “Mi, ra fudda!”, è stato l’unico commento che in media ha suscitato la notizia, segno di quell’attitudine a ridimensionare ogni cosa.

Siciliani, gente di scoglio. Che poco o nulla riesce a interessarsi di quel che accade al di là del nostro mare. La Lega inveisce contro i barconi che trasportano morte e disperazione? “Sì, ma al Nord, qua non li vota nessuno”. A Macerata si spara contro i negri cattivi? “Sì, ma lì c’è stato un omicidio”. Quasi a giustificare l’ingiustificabile. O semplicemente a girarsi dall’altra parte.

Poi gli spari sono arrivati anche a casa nostra. Non che non si contino episodi precedenti, come nel caso della sparatoria in via Maqueda, a Palermo, nell’aprile 2016, quando a restare ferito è stato il giovane Yusupha Susso. Ma in quel caso il clima è stato piuttosto diverso. Oggi, invece, si torna a leggere di spari.  A Pietraperzia. Dove da appena quattro giorni sono arrivati dei migranti scampati alla morte in mare aperto. Spari che arrivano dopo le svastiche che inneggiano al pistolero maceratese, davanti un circolo del Pd nel Trapanese. E che arrivano dopo le minacce di morte ad Antonio Rubino, reo di aver invitato i feriti di Macerata in casa nostra.

Quella stessa casa perla del Mediterraneo. Con una Cattedrale che fu anche moschea, di cui è rimasta salva una sura del Corano inciso su una colonna. Con uno dei centri storici più grandi del mondo. Tra le cui vie, italiani e bengalesi la mattina “alzano la saracinesca” tra le stesse difficoltà. Nei cui mercati, marocchini e palermitani abbannìano nella stessa lingua.

Casa nostra. Raggiunta dal vento di odio xenofobo e razzista che in Europa soffia ormai da anni. Ci credevamo immuni. Invece dalla storia non abbiamo imparato abbastanza.

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