Il Sanremo di Koltes e di MetaMoro

Ci piaccia o no, Sanremo è una linea di tempo, come la Pasqua, il Natale, il Ferragosto. È quella sorta di spartiacque che da un lato ti dà malinconia per il tempo che passa, dall’altro ti fa dire “tra poco arriva la primavera e finisce il freddo”. O nel caso dei social ci fa calcolare su quale prossimo evento ironizzare, nel caso specifico San Valentino.

Hanno vinto Ermal Meta e Fabrizio Moro, passati dal sospetto di plagio della canzone al podio, come dire dalla retrocessione allo scudetto. Brano molto attuale e credo che questo abbia giocato molto. Premi distribuiti a iosa, dalla migliore interpretazione fino al miglior testo, per finire anche al miglior modo di scendere dal letto la mattina o bere il caffè. Più premiazioni che all’Oscar. Ma stavolta più delle altre un festival per nulla noioso. Una finale fluida. Claudio Baglioni è passato dal tormento all’estasi di questo festival, praticamente è passato dal governo tecnico di Mario Monti al coinvolgimento emotivo di Pepe Mujica.

Podio tutto sommato prevedibile o quasi, tutte canzoni che se la giocavano, parentesi doverosa per i Decibel (doverosa per me), esecuzione perfetta del loro brano. Chiudono in bellezza. Tra gli ospiti della serata, citazione doverosa per “strada facendo”, cantata da Baglioni con Pezzali, Nek e Renga. Doverosa perché certe cose servono a ricordare che non tutto può andare bene nella vita. La canzone è stata cantata da Baglioni come Baglioni, dagli altri tre, come ha scritto una mia amica, come se gli avessero sbagliato la tonalità del karaoke in un bar in cui un pochino si è alzato il gomito. Oddio, Renga è andato benino, Nek ha fatto il suo come quando sei alla finale mondiale e ogni pallone scotta e lo passi subito, Pezzali era disperatamente intento ad inseguire la tonalità giusta tra le varie tonalità che ha lui (?).

Citazione d’obbligo per Pierfrancesco Favino, che ci è venuti a prendere uno ad uno dai divani e ci ha sbattuti giù come un lottatore di wrestling incazzato. Un monologo tratto da La notte poco prima delle foreste di Bernard Marie Koltes, che descrive la condizione di un extracomunitario che si trova a dover vagare in cerca di lavoro e radici in una città solitaria e inospitale. Un monologo di quelli di pancia, non è più l’attore che parla, è proprio lo spirito dell’uomo che interpreta, tanto da piangerne, lo stesso Favino, prima della canzone.

Ci piaccia o no, come dicevo, Sanremo è una tacca nella linea del tempo, stavolta forse più delle altre, perché lo ha diretto Baglioni, la colonna sonora per molti di noi, per amori che avevano una purezza commovente. Che quando dicevamo ai nostri genitori “ci voglio stare per sempre”, lo pensavamo davvero, che quando ci vedevamo da soli ci balzava il cuore in petto per una carezza. Che forse la cattiveria, la grettezza, la spocchia, la pretesa di avere sempre l’ultima parola, non si profilavano nemmeno all’orizzonte, figuriamoci a livello globale come nei social. Perché quando eravamo addolorati per la fine di una storia lo eravamo davvero, era un dolore centrale, spinoso come un riccio conficcato sul petto. E le canzoni si imprimevano come un tatuaggio, mentre chi cantava diventava chi avremmo seguito o odiato tutta la vita. Perché, forse, eravamo davvero noi, senza filtri, di anima e di ritocco fotografico, senza sovrastrutture e invidie criptate se qualcuno faceva una cosa meglio di noi. Perché noi eravamo noi. Come Sanremo è Sanremo.

Jose Marano

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