Renzi si è fermato ad Enna

La ribellione nel Pd parte dalla città di Mirello Crisafulli. Un’intera classe dirigente si autosospende. “Chi vuole votare vota, chi non vuole votare…”.

Le scosse, più o meno intense, ci sono da settimane. Da Palermo ad Agrigento, passando per Caltanissetta e Trapani. Ma il terremoto, quello vero, parte da Enna. È lì che Renzi si è fermato. Ed è nella città di Mirello Crisafulli che tutti i dirigenti dei circoli si sono autosospesi, aggiungendosi ai quindici consiglieri comunali (su trenta componenti dell’intero consiglio comunale) della città che lo hanno fatto nei giorni scorsi.

Crisafulli, e adesso?
“Adesso? Niente. Chi vuole votare vota, chi non vuole votare non vota”.

Eh, proprio niente non è, se un’intera classe dirigente si autosospende.
“La classe dirigente, compreso il gruppo consiliare. Le scelte mica le ho fatte io, le ha fatte Renzi. Lui ha scelto di azzerare tutte le differenze interne al partito. E ora se ne assume le conseguenze”.

Sì, ma adesso come si torna a far dialogare le due anime del partito?
“Il dialogo deve ripartire dal segretario. Se non si attiva, succederà a Enna quel che sta succedendo nel resto d’Italia”.

Cioè?
“Fino a ora abbiamo ragionato in termini diversi, ma se le cose continueranno così, oggi è autosospensione, domani la gente andrà via dal partito. Questa è una federazione abusivamente commissariata da 3 anni e non c’è verso di farci fare un congresso”.

Pensa che quella del 4 marzo sia la cronaca di un disastro annunciato?
“Io non faccio il mago. Certo, da quello che dicono i sondaggi, pare che in Sicilia non scatti neanche un seggio nel maggioritario”.

Insomma, chi ha operato le scelte dovrà assumersene le conseguenze.
“Orlando, Faraone, sono loro che hanno portato l’idea del civismo dentro il partito, tagliando fuori il resto”.

Insomma, il modello Palermo non funziona?
“Il modello Palermo funziona a Palermo se c’è Orlando. Se non c’è Orlando, manco a Palermo funziona. Orlando ha dalla sua la capacità di saper aggregare, ma nel suo mondo”.

Insomma, i partigiani del Pd fanno proseliti.
“Io non sono un partigiano, ho il problema di un partito che non è più quello di un tempo”.

Lei dice che in molti andranno via. Dove?
“Sono scelte private, individuali”.

E lei, a livello personale, in che direzione guarda? Liberi e Uguali?
“Mah… anche Liberi e Uguali… se la logica è quella che abbiamo visto in queste elezioni, è troppo marcata. Così com’è, preferisco restare a casa. Non è che non ho niente da fare. La verità è che questo è un partito che così com’è non mi rappresenta. Io sono abituato a discutere con tutti e poi prendere le decisioni. Le posso assicurare che non è andata così. E sinceramente capisco l’insofferenza della gente nei confronti di questo partito”.

È vero anche che molti siciliani sono chiamati a votare per la terza volta in dieci mesi.
“Ma mi pare che una buona metà si sia riposata. Certo, poi ci sono quelli che sono andati a votare”.

Cosa non ha funzionato?
“C’è insofferenza perché l’offerta politica è quella che è. Dovevamo dire per forza che offrivamo la discontinuità rispetto a Crocetta e alla fine non siamo riusciti a salvaguardare niente di quello che avevamo fatto. Come se non bastasse, poi abbiamo chiesto a Crocetta di farci le liste. Insomma, quando c’è un papocchio, la gente si stanca”.

Insomma, è difficile che lo strappo possa ricucirsi.
“Renzi ha deciso che la sinistra nel Pd non serve, si crede già abbastanza a sinistra lui. A occhio non vedo margini. Né penso che Renzi sia uno che ha la capacità di prendere atto di una difficoltà che c’è nel partito”.