Il Sanremo dei congiuntivi e del patè

C’è un filo sottile che lega vino e scrittura, entrambi hanno bisogno di decantazione per essere apprezzati meglio. La seconda serata del Festival ha rispettato proprio questo principio. Più corposa, meno agitata, più attenta e meno atteggiata.

Fisiologico che i presentatori abbiano smaltito la strizza del primo giorno e si siano ambientati, dialoghi più fluidi e scorrevoli, più responsabilizzati Favino e la Hunziker e senza lo scudo stellare di Fiorello, bravo ma che ha oscurato davvero tutto, non se la sono data a gambe. Vista la presenza di Lorenzo e Claudio, si temeva ci aspettassero due Baglioni enormi. Ma così non è stato.

Baglioni ha finalmente trovato la mise giusta, un po’ guru distaccato dalle passioni, un po’ cantante coi controcoglioni e i controcanti. E ha sfoderato le zanne.

Basti citare il duetto con Biagio Antonacci in “Mille giorni di te e me”, con tutto il rispetto per Biagio da Rozzano, ai vocalizzi vince per distacco Claudio. Sembravano un pandino e una Ferrari in gara, Baglioni faceva il giro tre volte del ritornello mentre Antonacci attaccava a dire solo “mille”.

Ma andiamo con ordine. La serata si apre con quattro cantanti giovani. E di questi nessuno se l’è cavata male. Ma sugli scudi sono finiti in due. Lorenzo Baglioni, che ha cantato una canzone sul congiuntivo, leggera, sbarazzina, ma per nulla superficiale. Lorenzo ha scelto un filone canoro-didattico, scrivendo canzoni anche per il teorema di Ruffini o l’ossidoriduzione. Un modo intelligente per insegnare e per non fare andare sotto la soglia glicemica l’attenzione dei ragazzi. Guardatevi la sua canzone sulle leggi di Keplero in cui fa il verso alle boyband. Rido ancora adesso. Canzone che avrebbe meritato il podio, preso da Alice Caioli.

Clamorosa al momento la “bocciatura” di Mirkoeilcane. Trentuno anni, romano, ha eseguito “Stiamo tutti bene”, una spoken song, molto vicina allo stile di “Signor tenente” di Faletti. Molto più dolce e meno aggressiva. La storia di un bambino che con la madre fugge dalla sua terra e prova ad approdare in Italia per sperare in un futuro migliore. Struggente, molto vista con occhi infantili e dolci. Andava trattata forse meglio, anche perché non aveva nessun buonismo a basso costo.

La serata ha visto trionfare Vanoni, Diodato e Ron, ma soprattutto ha visto la mano della giuria della sala stampa, che ha cambiato molti posizionamenti, la zona centrale ora vede l’ingresso dei Decibel. Relegati prima in fondo, stavolta l’esecuzione del gruppo capitanato da Enrico Ruggeri ha avuto nuovamente il gradimento di chi ha ascoltato una canzone che a prescindere dal tema è di qualità. So di non essere per nulla finnico nella mia apertura mentale, ma credo che Enrico Ruggeri possa tranquillamente fare una canzone in cui rutta “Wyoming” o l’intero alfabeto, senza perdere una goccia di classe. Ma in generale tutti i cantanti hanno allargato coronarie ed orifizi e sembravano nettamente più rilassati. Tranne la Vanoni che anche quando è rilassata è tirata per evidenti ragioni. Ma ha cantato come la Vanoni, che è milioni di volte meglio che cantare come me.

La serata degli ospiti ha visto alternarsi sul palco molti ospiti. Il Volo, ovvero i tre tenori le cui esecuzioni rimandano immediatamente a Pavarotti. Nel senso che in tanti dicono che fanno in tre quello che lui faceva da solo. Oltre ad essere la loro custodia con proporzioni di tre Microtac Motorola, conservati dentro una borsa da PC. Scherzi a parte, la strada è lunga e gliela auguriamo di percorrerla tutta, fino in fondo, molto in là, lontano. Lontanissimo. Pippo Baudo ha fatto la sua orazione funebre da vivo. Uomo inossidabile che presentò il primo Festival quando Sanremo era un insediamento Paleolitico. Reperti rinvenuti mostrano il crepaccio dove venivano sacrificati al dio Ariston i cantanti eliminati, inoltre ci sono segni inequivocabili di pitture rupestri fatte con la tintura di capelli del Pippo nazionale, che raffigurano un anfiteatro naturale con scene di caccia al voto e di imprecazioni dello spettatore medio che aspetta mezzanotte per vedere la fine.

Di spessore Vecchioni, che dato il nome, in questo Sanremo di virgulti ci sta a cecio.

La Leosini ha constatato che alla luce dei fatti Baglioni non ha massacrato gli spettatori di noia, per cui decade il reato di tentata strage.

Chiosa per Sting. Va bene che in tanti pensiamo che sia un cazzaro quando parla di sesso, ma tutte le volte che canta, scansamose e lassamo passa’ con deferenza. Tutte le volte tranne ieri. Ha cantato come se avesse le Pringles masticate di fretta e messe da una parte della guancia come i criceti. Ha eseguito “Muoio per te”, ma quando cantava, pareva dicesse “muoio patè”, il che ha portato molti a pensare fosse la storia di un fegato d’oca ingiustamente sacrificato sull’altare della golosità.

Pian piano viaggiamo verso la serata finale tra sorprese e certezze, tra baci e carezze, tutti più buoni, con Claudio Baglioni. Al di là delle rime pecorecce.

Jose Marano

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