Palermo, l’utopia del ’68 vestita di rosanero

Mezzo secolo fa, nel pieno della rivoluzione giovanile, una squadra impersonò il sogno di un’intera città. La storia di 11 giocatori che sono rimasti nella memoria dei tifosi. Da don Carmelo Di Bella a De Bellis e Landoni che per amore rimasero in Sicilia. E poi quella maglia di Bercellino che già si sa a chi andrà in eredità…

Il ’68 dei palermitani è una tiritera lunga undici nomi, perché allora la panchina era davvero corta. Forza, si comincia: Ferretti, Costantini, De Bellis (pausa), Lancini, Giubertoni, Landri (altra pausa); Perucconi, Landoni, Bercellino, Benetti Nova (e giù gli applausi). La formazione era letta da uno speaker che sembrava reduce dal più straziante dei funerali ed era sponsorizzata dalla Pa.Ga. Ammortizzatori e freni di via Giacomo Cusmano, unica sede, nessuna succursale. Era la fonica pubblicitaria dello stadio che comprendeva il Cavallino Rosso, vermuth di moda all’epoca, il Caffè Torrisi super miscela e la prima azienda che vendeva parrucchini per uomo, in regalo al giocatore del Palermo che avrebbe segnato il gol della vittoria.

Era il Palermo di Carmelo Di Bella e di un presidente che si chiamava Pergolizzi che la Democrazia Cristiana aveva temporaneamente prestato al calcio. L’anno precedente la stessa squadra, ad esclusione di pochi innesti che sembravano del tutto marginali, s’era appena salvata dalla retrocessione. E invece proprio nell’anno del grande fermento giovanile e del terremoto che buttò giù mezzo Belìce e fece tremare anche il capoluogo siciliano, arrivò una promozione davvero impensabile.

Quel Palermo equivale alla Nazionale di Bearzot del Mundial 1982, indimenticabile nei ricordi di intere generazioni anche se altre squadre successive furono magari più belle ed egualmente vincenti. Si pensi agli azzurri di Lippi o a quelli di Vicini, oppure per tornare alle cose siciliane alla storica squadra di Corini, Toni e Zauli che Guidolin seppe riportare in serie A dopo oltre un quarto di secolo. Eppure quel Palermo, ancora dei palermitani, legato ad una visione assai romantica del calcio, che scendeva in campo alle 14,30 di ogni domenica nella stagione invernale e qualche ora dopo dalla primavera in poi, è nella memoria collettiva del tifoso rosanero, fa parte del patrimonio acquisito di ogni palermitano che ha un pallone al posto dell’aorta.

La storia di quella squadra è suggellata da diverse felici casualità. Graziano Landoni, il faro del centrocampo, fu fortemente voluto dal mister ma corse il rischio di tornare in serie A nel mercato di novembre. Non fu secondaria la cosa che nel frattempo si era innamorato di una palermitana che poi sarebbe diventata sua moglie.

Franco Landri, un altro dei rinforzi, sembrava a fine corsa e invece fu un pilastro insuperabile di una difesa davvero di ferro, fatte le debite proporzioni forse la più forte di questi ultimi 50 anni.

Silvino Bercellino arrivò dalla Juventus, allora fornitrice ufficiale di giocatori di “secondo taglio”, per sostituire Tanino Troja, il bomber di Resuttana, idolo del popolo delle curve. Mai fatto tanti gol, ma aveva grande classe seppure espressa ad una velocità da moviola. Quell’anno fu il migliore della sua carriera, tanto che la Juve se lo riprese convinta di poterne fare il punto di riferimento dell’attacco di Heriberto Herrera. Risultato: qualche anno dopo tornò a Palermo.

Per non parlare di Romeo Benetti, sconosciuto biondazzo del nord, allevatore di canarini, che con grande intuito fu prelevato dalla terza serie. La sua potenza fisica, il suo coraggio, la sua cattiveria agonistica e la potenza del tiro ne fecero la migliore mezzala della serie B. Trovarlo in nazionale, qualche anno dopo, non meravigliò nemmeno uno dei frequentatori di via del Fante.

E il “ragno neroFerretti, elegante portiere che mai tradiva? E il trattore Costantini che dissodava la fascia destra? E Perucconi e Nova, ali di antica fattura che oggi farebbero la fortuna di tanti allenatori? Ne vogliamo parlare?

Il metodo di gioco anticipava il moderno 4-3-3. A completare il centrocampo c’era Lancini, un mediano tutta corsa e abnegazione. Il trio con Benetti e Landoni somigliava a quella successivamente composto da Vailati, Lopez e De Stefanis, questo per dire della modernità dei soggetti in questione.

Al centro della difesa c’era Mario Giubertoni, lo conobbi di persona perché frequentavamo lo stesso barbiere. Lo dovettero convincere a lasciare Palermo: si consolò con l’Inter con cui vinse uno scudetto e giocò la Coppa dei Campioni.

E poi lasciateci dire di Tonino De Bellis, l’anima agonistica più pura della squadra, fisico minuto ma di acciaio puro, tutto muscoli, scatto e anticipo, antesignano del tackle scivolato. Era il beniamino della Favorita. Anche lui come Landoni si innamorò di una palermitana, la sposò e decise di limitare la sua successiva carriera di allenatore per privilegiare la vicinanza alla famiglia. Ancora oggi, sebbene nell’età della maturità, Tonino conserva quello sguardo da guerriero. De Bellis e Landoni sono ancora testimoni di quella anomalia rosanero, hanno fatto le stesse scelte di vita, ma quasi mai nella loro esistenza palermitana si sono frequentati.

E che dire di don Carmelo Di Bella, il mister che preferiva farsi chiamare maestro, l’unico catanese verace capace di conquistare il cuore dei palermitani. A suo modo incarnava lo spirito del ’68, un rivoluzionario, calcisticamente parlando, il suo Palermo giocava un calcio all’avanguardia. Poteva andare alla Juve, il suo stile verace che privilegiava la tuta al doppiopetto non convinse la famiglia Agnelli e Giampiero Boniperti. Fu il grande cruccio della sua vita, non ne parlò mai pubblicamente e a chi ne faceva cenno rispondeva con un’espressione siciliana che suonava più o meno così: “bip loro, cosa bip volete che importi, non mi rompete i bip con questa storia del bip“.

Dopo mezzo secolo da quell’impresa rimane impressa nella memoria anche l’epilogo di quella stagione, la partita in casa con il Catanzaro, i giocatori che sbucano dal sottopassaggio portando un’enorme bandiera rosanero in giro per tutto il campo e con loro le riserve e tutti i raccattapalle, rosanero in miniatura, di quella stagione. I giri di campo furono 2, scanditi da diversi minuti di applausi che arrivarono da tutto lo stadio. Quello fu il ricordo più esaltante del ’68 di un bambino di 9 anni. E non potrei escludere che proprio le emozioni di quella stagione mi convinsero a cercare la strada del giornalismo sportivo. Un’ultima confessione: nel Patrimonio (cit. Philip Roth, ndr) che trasferirò a mio figlio, amante distratto di un altro calcio, c’è la maglia di lana a maniche corte di Silvino Bercellino, mio idolo per diversi anni, il Torero Camomillo di cui indegnamente tentai per anni di imitare le movenze. A mia figlia andrà la maglia di Lamberto Zauli. Ma questa è un’altra storia.

Giusi Diana

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