La Sicilia sommersa di lavoro: semu ricchi e nuddu u sapi

Dati economici dal sapore dolce amaro per la Sicilia. Da una parte l’aumento delle richieste di personale da parte delle imprese (che però stentano a trovarne di qualificato sul mercato), dall’altra la piaga del lavoro nero che nell’isola risulta essere dilagante.

Cominciamo dall’aumento della domanda di forza lavoro. In Sicilia, a fronte di una carenza di personale qualificato, sono i giovani a essere i più richiesti, quelli che possono essere avviati al lavoro direttamente in azienda, per ritrovarseli in organico già formati. Ecco, dunque, che per il 2018 risultano essere 55.720 le richieste di personale da avviare (di queste 19.630 erano previste a gennaio e saranno presto riscontrabili), secondo i dati contenuti nel report Excelsior, stilato da Unioncamere e Anpel (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Certo, per la maggior parte non si tratta di assunzioni a tempo indeterminato. Secondo la proiezione, infatti, queste ultime saranno soltanto il 22%, mentre il 43% saranno a tempo determinato (stessa percentuale delle forme di collaborazione a diverso titolo). Per il resto si tratterà di contratti di apprendistato (4%), somministrazione (8%) e altre forme di lavoro dipendente (1%).

Veniamo, adesso, a quella che risulta essere la nota dolente nel mondo dell’occupazione in Italia emersa in questi giorni, e che vede la Sicilia tra i primi posti in classifica tra le regioni: il sommerso. Secondo i dati Censis-Confcoop nel nostro Paese sono 3,3 milioni gli italiani che lavorano in nero, privi di contratto e fondamentalmente senza diritti. La Sicilia risulta essere la terza fra le venti regioni italiane per incidenza del lavoro irregolare sul valore aggiunto regionale, con l’8,1%, preceduta da Calabria (9,9%) e Campania (8,8%). Insomma, sembra proprio il caso di dire che “Semo ricchi e nuddu u sapi“.

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