Storia di una ebrea nata a Palermo

Per la prima volta una nostra lettrice apre la stanza della memoria. Racconta come la sua famiglia è stata travolta dalla shoah. E di Magda, una bambina deportata in un campo di sterminio

Fare i conti con il passato è un esercizio difficile. È come un fine pena mai, scopri che il passato in realtà non è mai passato, invade il presente, ipoteca il futuro. Per la prima volta una nostra lettrice, Nastenka, ha scelto di aprire quella stanza piccola che si chiama memoria ma che incredibilmente contiene più roba dell’immaginabile. Anche la sua famiglia di origine ebraica è stata travolta dalla shoah e dopo quarant’anni lei ha scelto di aprire le pagine della propria vita, raccontandoci la storia di Magda, una sua parente deportata da bambina in un campo di sterminio.

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198072. Se la memoria non inganna, dovrebbe essere quello il numero che aveva marchiato sul polso quella signora, i bambini la chiamavano zia come si fa anche con i parenti più lontani. Aveva sempre uno sguardo velato, non raccontava mai alcunché della sua infanzia e tutti sapevano, secondo il codice tacito e segreto che vige nelle famiglie, che era vietato fare domande sul suo passato, pena una ramanzina infinita e feroce da parte degli adulti. La sua famiglia era stata spazzata via dall’Olocausto, lo si sentiva ripetere a tavola, ma a 7 anni impossibile capire di cosa parlassero, una bambina avrebbe pensato che fosse una malattia come la peste di quel Manzoni di cui si iniziava a sentir parlare a scuola. Poi un giorno la curiosa 7enne non ha resistito e ha chiesto alla nonna adorata quale mistero si celasse dietro quella donna, cosa significassero quei segni sul polso. “Mon chou, erano numeri di morte. Siamo scampati all’orrore senza sapere come“, aveva risposto quella donna che aveva attraversato il Mediterraneo per caso ed era rimasta a Palermo per amore. Con un senso di paura per quest’orco cattivo che stava per catturare la sua famiglia, avevo smesso di fare domande fino a quando non avevo sentito i genitori dire con visibile preoccupazione: “A Roma tornano a odiare gli ebrei, sembra un incubo senza fine”. Ma come? I romani che sono tanto simpatici e divertenti, come Verdone e Gigi Proietti, odiano mio zio, odiano mia cugina perché sono ebrei? E dire che lei, quella bambina romana verace a cui ero legata da un affetto infinito l’avevo sempre ritenuta una fortunata perché non era costretta ad andare al catechismo nella sagrestia che puzzava di cavolo, perché non mangiava il prosciutto che a me faceva schifo, perché a casa sua si mangiava quella carne morbidissima e tutte quelle altre prelibatezze di quella cucina col nome che sembrava una cosa comica “Cosce”, (Kosher n.Bb.). A un tratto avevo scoperto che essere ebrei a casa mia, nella mia famiglia, aveva fatto rima con orrore, con morte, con disperazione. Che avrei dovuto fare i conti con persone pronte a odiarci per aver scelto di credere in Jahvè invece che in Gesù. “Quando sarò grande, il mondo sarà migliore”, pensavo da bambina ma crescendo mi accorsi di quanto l’uomo fosse sempre uguale nei suoi istinti migliori come in quelli peggiori. Anche a Palermo si sentiva serpeggiare quell’antisemitismo che aveva impaurito anni fa i miei genitori. Durante l’occupazione della sua scuola, un liceo che ospitava l’elité della città (o per meglio dire, tanti figli di papà), lo slogan più frequente era “Palestina libera, ebrei affanculo”. Per alcuni versi anch’io pensavo che fosse ingiusta la sorte riservata al popolo palestinese ma proprio non capivo perché i miei compagni se la prendessero con l’israeliano qualunque, con quello zio lontano che abitava a Tel Aviv. Come se le malefatte dei governi italiani, americani, europei in generale, fossero colpa dei cittadini, dei padri, delle madri, di questi ragazzi così inferociti contro gli ebrei. Inutile spiegare quanto fosse qualunquista il pensiero, era una moda giovanile ostentare fastidio per “quelli che sono tutti ricchi”. “Certo – era il ragionamento di quei ragazzi – Hitler era pazzo e crudele ma loro comandavano e comandano la finanza mondiale”.

E giù con lo sciorinare i protocolli di Sion e altre prove, inoppugnabili a loro dire, di questa superiorità assoluta degli ebrei. Tutte bufale, anzi tutte fake news, tutte minchiate come si tentava di far comprendere allora. Poi arrivò Schlinder’s list e qualcosa per la prima volta si smosse. Spielberg, il regista dello Squalo e di Indiana Jones, narrava una tragedia e un atto di umanità entrambi senza eguali, entrambi da togliere il fiato, entrambi da zittire persino i compagni di scuola. Vidi per la prima volta il film insieme a tutta la classe, era un documento di valore storico aveva detto la professoressa d’italiano. Ma per me, per Nastenka, era un pezzo di storia della mia famiglia tanto che piansi dall’inizio sino alla fine. Rividi in quella bambina dal cappottino rosso della locandina, la zia, la parente con gli occhi pieni di malinconia e il polso con quei numeri a raccontare l’inferno. Era sopravvissuta ad Auschwitz ma non aveva mai sconfitto i mostri che le affollavano l’anima. E poco prima che partissero i titoli di coda, mi sembrò di vedere Magda, così si chiamava, apparire davanti a me e ripetermi una frase che l’ultima volta avevo sentito dire a sua nonna prima di morire: “L’chaim (לְחַיִּים, Alla vita)”. Mazel tov Magda, ovunque tu sia.