Noi mamme dello Zen: “Questa Chiesa non ci piace”

La scintilla per il teatro che “si apre alla città ma esclude il proprio quartiere. Altre volte la parrocchia ha chiesto contributi economici. E questo nell’epoca di Papa Francesco e don Lorefice…”

Allo Spazio Mamme di Save the Children allo Zen, il freddo di fine gennaio non arriva. A riscaldare i locali del Laboratorio Zen Insieme, c’è il calore delle mamme che non si arrendono, che non ci stanno a portare a casa i propri figli dopo la scuola e metterli davanti la tv, perché tanto qui non c’è altro da fare. Sono le mamme che dove non c’è, inventano.

Lo stipendio alla fine del mese – quando c’è – serve a mettere insieme il pranzo e la cena, a pagare le bollette, i libri, qualche vestito, le scarpe nuove per i bambini? Allora la festa in maschera si organizza in un altro modo, armate di ago e filo, per il carnevale che sarà dedicato alla figura del Genio di Palermo. Eccole lì, le mamme dello Zen, trucchi alla mano, a studiare i contorni del viso e capire quali linee marcare per invecchiare il volto luminoso di un bambino, che diventerà il vecchio e saggio Genio per un giorno.

“Ci portano il circo ogni anno, in viale dell’Olimpo, a due passi da casa nostra – racconta una mamma del quartiere -. Potremmo andarci anche a piedi. Ma chi ce li ha i soldi per portare 7, 8 persone al circo? E che cosa fai? Porti un figlio solo e gli altri li lasci a casa? E allora niente circo, per nessuno”. È così per il circo, per il cinema, per il parco giochi coi gonfiabili. Sono famiglie numerose, quelle dello Zen. Quattro, cinque, a volte sei figli. Che, di certo, non potranno permettersi l’asilo per figli unici della Palermo bene con l’insegnante madrelingua d’inglese a trecento euro al mese. Ma non per questo hanno sogni meno grandi, solo famiglie più numerose e – molto spesso – monoreddito.

E allora per non restare il sabato sera o la domenica pomeriggio davanti la tv o in strada a giocare a pallone tra i padiglioni tutti uguali, si va in parrocchia. Dove fino a qualche anno fa i ragazzi facevano parte del gruppo di teatro. E poi si esibivano davanti le famiglie del quartiere. Bisogna venirci allo Zen, per capire la fatica e la voglia di riscatto della gente che ci abita. Non basta una telefonata o un post sui social, per capire l’amarezza di un teatro che diventa a pagamento.

Il teatro della parrocchia si apre alla città. E, paradossalmente, chiude le proprie porte al quartiere. La denuncia arriva, a mezzo social, dalla presidente del Laboratorio Zen Insieme, Mariangela Di Gangi, che racconta la storia in tono polemico. “Metti un prete di periferia – scrive sul suo profilo facebook -, metti che dispone di una struttura unica in quella data periferia (un teatro dentro la parrocchia), metti che decide di stupirti e annuncia che intende aprire la struttura non solo al territorio, ma addirittura all’intera città. Come lo fa? Promuovendo un cartello di spettacoli di qualità e a pagamento, ovviamente. Un costo sociale, dicono. Lo stesso con cui una famiglia in alcuni contesti può metterci su la pentola per giorni per una famiglia intera”.

“Però – prosegue lo sfogo social di Di Gangi – ai poveri del quartiere circostante gliela fanno l’elemosina e gli possono regalare una ventina di biglietti, che non si dica! Sofisticatissime tecniche per riuscire ad elaborare occasioni per addirittura “aprirsi alla città” e riuscire comunque ad escludere il proprio quartiere. Nell’epoca della Chiesa di Papa Francesco e Don Corrado Lorefice, noi siamo proprio stati sfigati. E possiamo continuare a far finta che non esista quella Chiesa lì, ma è comunque sale negli occhi”.

C’è chi replica che i posti gratuiti non siano una ventina, ma la metà dei posti complessivi. Secondo chi vive nel quartiere non è così. Ma in ogni caso il punto è che quei ragazzi, prima, erano impegnati nelle attività del laboratorio di teatro. E le famiglie poi li sostenevano al momento dell’esibizione davanti il quartiere. “Non è la sola occasione in cui la chiesa ha chiesto contributi economici” denunciano ancora le mamme. Dalla catechesi, fino al corso di zumba. Sale negli occhi. Mentre in associazione si lavora al carnevale, in attesa della sobrietà della quaresima. E si spera che, almeno quest’anno, la rappresentazione nel teatro parrocchiale della morte e passione di Cristo non sia – di nuovo – a pagamento.