“Rocco, mio padre”

Parla Caterina Chinnici poche ore dopo la messa in onda della fiction dedicata al magistrato ucciso dalla mafia nell’83. “Ci stava accanto senza invadere le nostre vite. Ha ragione Lupo, non mitizziamo chi combatte la mafia. È stato difficile dire ai miei figli come è morto il nonno…”

Un uomo che resta in attesa per tre giorni dietro una porta chiusa, mentre al di là della porta la figlia sta affrontando uno degli esami più importanti della sua vita, per entrare in magistratura. “Mio padre era così. Riusciva ad essere presente senza per questo essere invasivo nelle nostre vite. Era proprio quel bacio lieve sulla fronte che dà il titolo al mio libro”. Caterina Chinnici, magistrato, eurodeputata e figlia di Rocco Chinnici, questa mattina si trova regolarmente a Bruxelles. “Sono al lavoro, come ogni giorno. Mi pare il modo migliore per tenere viva la memoria di mio padre”. Ieri sera Rai 1 ha trasmesso il film sul giudice ucciso dalla mafia nell’83, interpretato da Sergio Castellitto.

Stamattina le recensioni sono entusiastiche.
“Ho letto qualcosa sui giornali, mi ha fatto piacere che si sia creato questo rapporto empatico col pubblico”.

Qual è il ricordo, da figlia, che l’ha segnata maggiormente?
“Mio padre era il mio modello, ci sono tantissimi ricordi indelebili. Però c’è un momento, un episodio, che credo abbia contribuito molto anche a rendermi la madre che sono diventata. Dovevo affrontare il concorso in magistratura e lui mi accompagnò. Rimase per tre giorni dietro una vetrata, gli altri ragazzi mi raccontarono che ogni volta che qualcuno di loro usciva, mio padre era lì a chiedere mie notizie. Dei tre giorni di prove ce n’era uno particolarmente impegnativo. Quel giorno mi aspettò fino alla fine e poi andammo via in silenzio. Sa, come nei vecchi film in bianco e nero”.

In che modo quell’episodio ha influito sul suo essere madre?
“Mio padre riusciva a stare al nostro fianco, a sostenerci, senza invadere le nostre vite. Sapeva ascoltarci, giocava con noi, parlava con noi. Ci trasmetteva sicurezza, insegnandoci a stare sulle nostre gambe. Io ho cercato di essere lo stesso tipo di modello coi miei figli, ho cercato di sostenerli lasciando loro i propri spazi”.

Era molto permissivo?
“Sapeva, eccome, come dirci di no. E i suoi no erano davvero intransigenti”.

Proprio questa mattina, dalle pagine del Gazzettino, lo storico Salvatore Lupo invita a non mitizzare i protagonisti delle lotte antimafia, a lasciarli umani.
“Sono d’accordo, se si mettono sul piedistallo diventano iconici, lontani dalla vita e dalle scelte individuali quotidiane. Nel libro da cui è tratto il film, ho voluto raccontare l’uomo normale, con la sua forza e con le sue fragilità. Il che non significa non considerarli degli eroi, termine forse abusato. Io parlo più di martiri laici, perché in loro era molto forte la consapevolezza del rischio, eppure andavano avanti lo stesso”.

I suoi figli non hanno mai conosciuto suo padre. Come mantiene viva la memoria in loro?
“L’aspetto più difficile non è stato quello di mantenere viva la memoria, a casa abbiamo sempre parlato molto del nonno, anche inanellando aneddoti e curiosità. La cosa difficile è stato dire ai miei figli com’era morto il nonno. Volevo essere io a farlo, non volevo che lo scoprissero incidentalmente, per caso. Ho affrontato l’argomento quando erano ancora molto piccoli, in modo quasi fiabesco, raccontando che erano stati i cattivi ad ucciderlo. Pian piano, poi, ogni volta che ne parlavamo aggiungevo dettagli nuovi”.

Pensa di essere riuscita a trasmettere loro la passione di suo padre?
“Credo proprio di sì. Consideri che, nonostante il loro padre sia ingegnere, entrambi hanno seguito le orme del nonno e, in parte, della mamma. Il più grande oggi è ufficiale dei carabinieri”.

E il più piccolo?
“Sta ancora studiando. Da grande sogna di fare il magistrato”.