Palermo e il teorema di Tedino

Quando gioca il Palermo, il mio cuore è un pistone che pompa sangue ed emozioni. Per questo io mi considero un privilegiato e,  giunto alla mia età, mi auguro una sola cosa: che questa suggestione mi rimanga fino al mio ultimo respiro.

Ieri il Palermo è tornato dopo 21 giorni di attesa insopportabile: la pausa del campionato, decisa da menti sovrumane.

E la prima immagine che mi offre l’operatore Sky è lo stadio del “Picco” di La  Spezia, gremito in ogni ordine di posti. E mi sale subito un groppo in gola, ma non è commozione, è rabbia: gli spezzini amano la loro squadra e la colmano di passione riempiendo lo stadio mentre i cosiddetti tifosi rosanero se ne stanno comodamente stinnicchiati sulle loro poltrone e chissenefrega se il Palermo sta giocando al “Barbera”, se vince o perde. Tanto loro davanti alla tv ci stanno soprattutto per “godersi” (le virgolette… grondano sdegno) le strisciate.

C’è uno striscione che copre l’intera tribuna con la scritta a caratteri cubitali: “Spezia splendida perla sul mare”: se non è amore questo.

E comincia la partita e mi rimbomba fin nelle orecchio il rimbombo del cuore, c’è il Palermo in campo e io sono lì con lui, a correre e a sbattere, a inseguire e cadere, con lui. Perché così è il tifo.

Il gioco latita, le due squadre si temono, anche se lo Spezia comincia con piglio aggressivo, ma è solo fumo perché di sostanza c’è poco o nulla. I due portieri potrebbero andarsene e nessuno se ne accorgerebbe: né i giocatori in campo né tampoco gli spettatori, lì presenti o davanti alla tv.

Insomma, se in campo invece del Palermo ci fosse qualsiasi altra squadra al mondo, avrei spento la tv. E invece resto, teso come corda di violino, dentro c’è il solito “rimescolio” che provo ormai da una settantina d’anni, davanti a quella maglie di colore rosa.

Il Palermo tiene il pallino del gioco – gli esperti lo chiamano possesso palla – ma non affonda i colpi,  e il ritmo è da sagra paesana in fase di stanca. Lo Spezia, invece, affonda, altro che se affonda, ma si tratta di colpi alle caviglie o agli stinchi dei giocatori rosanero. E l’arbitro, un segaligno dal volto inespressivo, sorvola impassibile. E sono soprattutto gli ex dello Spezia in campo i più determinati: Bolzoni e Gilardino infatti picchiano come fabbri. E non è di meno, Terzi.  E Struna, che non è un fiorellino, si adegua all’istante. Ed è lo stesso per Dawidowicz, che Tedino ha preferito a Szyminski, così come esterno ha scelto Fiordilino, per sostituire il lungodegente Rispoli. In pratica, sono entrambi fuori ruolo, perché entrambi centrocampisti, entrambi centrali e invece, lui li fa giocare uno a destra della difesa a tre e l’altro a destra sulla fascia. Perché? Semplice: perché Tedino fa giocare quelli che… sanno giocare, a prescindere dai ruoli preconfezionati. Principio basilare, antico del calcio, che Tedino rispetta tuttora e questo spiega come mai due centrocampisti centrali giocano da esterni.

Finisce il primo tempo e mi scappa via un lungo sbadiglio, come di sonnolenza. Sembra noia, ma so che non è possibile: la noia non esiste finché esiste il Palermo.

Nella ripresa la musica sembra la stessa, la palla si trova sempre ben lontana dalle rispettive aree di rigore e i portieri per combattere il freddo passeggiano lungo la linea della porta. Insomma, per restare attaccato alla tv ci vuole sangue caldo e tanta passione, se no uno spegne e va a farsi una passeggiata, anche perché il commento tecnico (diciamo così) dell’opinionista di turno è artificioso, specioso, lagnoso. Insomma, lui vorrebbe mostrare al colto e all’inclita che sa di calcio ben oltre la massa, ma si attorciglia in dettagli artificiosi, speciosi, lagnosi.  Che rendono lo spettacolo (si fa per dire) ancora più insopportabile. L’unico che tenta di sollevare ritmo e umore degli spettatori è Coronado, con le sue accelerazioni e i suoi dribbling. Ma siccome non è Maradona e nemmeno Cristiano Ronaldo, tutto resta tale e quale… Finché, all’improvviso come lampo nel buio,  c’è una fuga rabbiosa sulla destra dell’uruguaiano Granoche – uno che fino ad allora ha dato più calci agli avversari che al pallone – che, giunto sul fondo crossa all’indietro,  basso e teso. Sulla palla si avventa Gilardino, l’ex di giornata, quello più voglioso fra i tre in campo, e calcia di contro balzo. La distanza è minima, cinque-sei metri dalla porta rosanero: sembra gol, perché la palla schizza come un proiettile ma non né gol perché Pomini si libra in volo e la devia in angolo. Se non è un miracolo, poco ci manca. Il cuore mi è già salito in gola e vi resta per almeno dieci secondi: il tempo di un lungo respiro rianimatore.

Ecco com’è il calcio, una “roba” da prendere sempre comunque con le molle. Mai fidarsi, mai lasciarsi andare. Erano passati sessantatre minuti di nulla, di vuoto, di tic-toc e calcioni a destra e a manca… e non era successo nulla da raccontare. E poi, all’improvviso, una fuga, un cross, una staffilata, un volo d’angelo e tutto cambia e il mio cuore di tifoso si mette a battere all’impazzata, e le due squadre si rianimano e… cominciano a giocare.  Ma è troppo tardi e il pareggio sta bene ad entrambe.

E così finisce a reti inviolate e col Palermo che si riprende la testa della classifica, sia pure in società col Frosinone.

I due allenatori si abbracciano, come a dire che sono contenti e il giocatori rosa corrono sotto la curva dove li aspettano i quasi quattrocento tifosi venuti dal Sud e dal Nord per vedere la propria squadra.

E tra loro spicca un vecchietto con i lunghi capelli bianchi che gli spuntano sotto il capello rosanero a tre punte: la tv lo inquadra per un attimo, quanto basta per cogliere la felicità nei suoi occhi.