Mori, Fava: “Quanto ancora Musumeci riuscirà a tollerare?”

Claudio Fava non ha dubbi: “Non mi scandalizzano le opinioni di Sgarbi, purché siano le opinioni di un libero cittadino. Ma se sono le opinioni di un assessore che parla di eversiva insubordinazione di quattro magistrati citati per nome e cognome, allora è diverso”. Dopo la proiezione del docufilm di Ambrogio Crespi “Generale Mori – Un’Italia a testa alta”, su iniziativa dell’assessore regionale ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi e in collaborazione con il presidente dell’Ars Gianfranco Micciché, è il figlio del giornalista ucciso dalla mafia a convocare una conferenza stampa per dire la sua.

“Se questa opinione – aggiunge Fava – espone il governo, che rappresenta tutti i siciliani, e l’Assemblea regionale, mi chiedo se Musumeci ritenga di dovere ancora a lungo tollerare che alcune libere espressioni della fantasia dell’assessore Sgarbi impegnino e compromettano l’istituzione“.

Sgarbi ha definito Mori “un eroe”, ma Fava liquida l’episodio ammettendo che “in questa dichiarazione di eroismo leggo l’ansia di una esagerazione che serve a raccontare poco i fatti e molto gli umori. Non mi iscrivo al partito degli innocentisti o dei colpevolisti, faccio il giornalista, lo scrittore, il deputato, non il magistrato. Credo che le sentenze vadano accolte, con rispetto sempre, ho grande stima per il lavoro della Procura della Repubblica, ma non sono qui per difendere il lavoro della Procura della Repubblica. Sono qui perché l’Ars non ha soltanto ospitato il generale Mori, ma ha ospitato un documentario che definire tale è un po’ azzardato. I documentari partono dai fatti e i fatti vanno dati con generosità, mai per sottrazione, per omissione”.

Secondo il deputato, già vicepresidente della commissione nazionale Antimafia, quello firmato da Crespi sarebbe “un documento molto omissivo e se questa proiezione fosse stata fatta in una sede neutra, che so, nel salotto di casa del generale Mori, o nel salotto di casa dell’assessore Sgarbi, nulla questio. Però se viene proiettato in un’aula dell’Assemblea Regionale Siciliana, a me corre l’obbligo non di scandalizzarmi, ma di ricordare che quel documento è assai reticente e omissivo delle cose che sono accadute in questi anni e che hanno avuto come protagonista il generale Mori”.

IL PROTOCOLLO FARFALLA

Il deputato entra nel merito del lavoro d’indagine portato avanti a San Macuto: “sul Protocollo Farfalla – dice – molte domande sono rimaste in sospeso e poche risposte sono arrivate. Questo protocollo riservato e conosciuto soltanto quando la commissione antimafia lo ha preteso, in sostanza prevedeva che i servizi segreti potessero accedere nel circuito di massima sicurezza per proporre ad alcuni detenuti al 41bis una collaborazione pagata per dare informazioni di vario titolo, che avevano genericamente a che fare con la sicurezza della Repubblica”.

Otto detenuti – ha aggiunto – sono stati contattati, ed è il punto dolente, stigmatizzato dalla Commissione Antimafia, violando apertamente la legge perché avveniva in condizioni di segretezza che escludevano anche la magistratura. Non ci può essere alcun atto istruttorio o investigativo che può essere tenuto all’oscuro della magistratura, tutto questo invece avveniva senza che la magistratura ne sapesse nulla. Ecco, a me sarebbe piaciuto che in Assemblea Regionale si discutesse, oltre che del tintinnar di medaglie al petto del generale Mori, anche di una legittima domanda che questo Paese si è fatto: che cosa è accaduto all’ombra di questo protocollo Farfalla?”.

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