Il terremoto che scosse l’Italia e la vita di un bambino

Mezzo secolo dopo quel 15 gennaio: il racconto di quella notte che spaccò il Paese in due. Le cronache di Enzo Aprea e il ’68 di Danilo Dolci con i contadini siciliani. La ricostruzione, i meriti di Ludovico Corrao e i ricordi di un bambino che per la prima volte conobbe la parola morte

Il diario di quella notte, la notte che ci portava al 15 gennaio del 1968, parte dalla Domenica Sportiva, dallo spezzone di filmato di Inter-Cagliari visto dal lettone ospitale dei miei genitori, dai gol di Mazzola e Domenghini e da una vittoria schiacciante che si trasformerà in sconfitta per una monetina lanciata dalla tribuna sulla testa del cagliaritano Longo. Sono andato a letto triste, ma non era per consolarmi che mi svegliarono nel cuore della notte per dirmi di ritornare nel lettone.

È passato mezzo secolo dal terremoto del Belìce, che si pronuncia facendo cadere l’accento sulla i. Furono i servizi televisivi nazionali a spostarlo indietro sulla e, ma del resto chi conosceva questa parte di Sicilia alla fine degli anni ’60. A raccontare la tragedia del terremoto fu un grandissimo del giornalismo televisivo italiano, un inviato della Rai di nome Enzo Aprea, in servizio a Palermo ma di origine campana. Forse anche lui, come il resto d’Italia, non aveva mai sentito parlare del Belìce, ma ciò non gli impedì di realizzare servizi che sono entrati nella storia della televisione italiana.

Soffrivo di sonnambulismo, in genere ero io che mi svegliavo di notte e andavo in direzione del lettone. Ma cos’è questa storia? Perché dobbiamo uscire di notte? E per andare dove? Perché tutti quei vestiti addosso e quando mai si esce con le coperte? E gli anelli e i bracciali nelle tasche del cappotto? Troppe domande senza risposta, troppo sonno per continuare a fare domande. E poi a me piaceva dormire in macchina, persino nella Bianchina dove comodo ci stai nel sedile di dietro solo se hai 9 anni. Proprio come me.

Ruderi di Poggioreale
Ruderi di Poggioreale

L’Italia intera scoprì che esistevano posti dai nomi improbabili: Sambuca, Poggioreale, Santa Ninfa, seppe che Gibellina e Salaparuta avevano una parte denominata vecchia e che di tutti questi paesi non restava quasi più traccia. L’Italia intera scoprì popolazioni che parlavano un italiano stentato e che le donne usavano gli scialli neri e gli uomini le coppole. Ancora, come decenni addietro. E lo avrebbero fatto ancora e ancora, incuranti di parodie e sfottò. Ma in quei giorni c’era poco da ridere, il terremoto s’era portato via d’un colpo passato, presente e buona parte del futuro di intere generazioni.

Non avevo mai visto tante macchine per strada, tutte bloccate in viale Campania, in quello che di giorno era più un campo di calcio che una arteria stradale. Ma era la strada più veloce per raggiungere la villa di Mondello, in via Pazienza, che è la nostra meta finale. Mi si disse in maniera evasiva che c’era stato un terremoto ed era la prima volta che sentivo questa parola usata in astratto. Sino ad allora terremoto era per me il mio compagno di classe Jimmi Lauria.

E poi c’è la storia di Montevago, buona parte dei 370 morti sono abitanti di quel paese che entra nella leggenda mediatica perché quel dio del giornalismo di Sergio Zavoli azzecca una delle righe più belle della sua carriera: “Montevago, anche il nome era incerto di questo paese…”. Il terremoto fu un’esecuzione sommaria, la prima raffica il 15 gennaio con scosse sino al sesto grado della scala Richter equivalente al decimo della più italica Mercalli, il colpo di grazia il giorno 25. E tutto venne giù.

La mia scuola si chiamava Petrarca, era in una villa liberty di fronte all’edicola del quartiere Matteotti. Dopo il terremoto ci cambiarono le aule, dissero che c’erano danni. Nessuno parlò di quei giorni precedenti, la maestra non chiedeva, come era solita fare, il perché dell’assenza di qualcuno dei miei compagni. Ricordo ancora l’appello: Briguglia, Canzoneri, Carapezza, Costa, Di Carlo, Di Bartolo, Guaiana, Iacono, Lauria, Marino, Martinez, Monteleone, Palazzo, Rossi, Scuderi, Siino, Tumminello, Volpes, Zane, Zito. In quei giorni prendevamo anche una pillola che ci faceva stancare dopo appena pochi minuti di corsa. L’aveva prescritta l’Ufficio d’Igiene, dicevano che era contro la meningite. Per tanti, troppi, giorni, addio calcio e nascondino.

Per noi siciliani la rivolta del ’68 ha l’inflessione dialettale, altro che ce n’est ne qu’un debut continuons le combat, ma quale Cohn Bendit… Il capo carismatico si chiamava Danilo Dolci, un sociologo triestino che seppe capire mafia e clientelismo prima e meglio di qualsiasi siciliano e la spiegava con chiarezza ai contadini, ai senza casa, alle tante vittime viventi di quel sisma che s’era portato via tutto, ma proprio tutto, suppellettili e lavoro, le poche certezze e le altrettante misere speranze.

Sentivo parlare delle vittime del terremoto, io una l’ho avuta accanto sino a qualche giorno dopo quel 15 gennaio. Mio nonno Angelo, che abitava a casa nostra e di cui portavo il nome, se ne andò il 21 gennaio. Aveva problemi polmonari, prese l’influenza e morì a casa nostra il giorno dopo che lasciammo Mondello. Nessuno me lo disse, lo capii da solo dal trambusto fatto dai medici della Croce Rossa e dal pianto di mio padre. Fu l’unica volta che lo vidi piangere. Non andai nemmeno al funerale, esiliato al Gaudium a vedere Peter Pan. Quell’anno non si festeggiò mai il mio compleanno: il 17, che è il mio giorno, la terra ancora tremava, poi la morte del nonno rimandò ogni promessa. Mio padre però mi portò allo stadio il 25 per il recupero contro il Foggia. Mi aspettavo che facessero il minuto di raccoglimento per mio nonno, mi aspettavo che il Palermo gli dedicasse la vittoria. Non accadde né l’uno né l’altro: finì 1-1, il pareggio lo firmò un certo Valadè che credo abbia segnato solo quel gol in tutta la sua carriera. Da quel giorno non appena trovavo la sua figurina, la strappavo. Quel Palermo fu il mio primo vero Palermo: Ferretti, Costantini, De Bellis, Lancini, Giubertoni, Landri; Perucconi, Landoni, Bercellino, Benetti Nova.

Il terremoto del Belìce diventò sinonimo dell’inconsistenza morale di quell’Italia che si era ripresa dalle mille traversie e dagli strascichi della guerra, ma che al sud era rimasta impantanata nelle sue stesse sabbie mobili. Quel 15 gennaio fu spartiacque e frontiera, nord e sud divisi in maniera irreparabile. Dove sta la maggiore percentuale di colpa? Inutile la domanda. Certo è che le baracche restarono case per decenni, l’emigrazione privò quelle terre di molti figli, ci volle molto e molto tempo per ricostruire l’identità di quei luoghi franata ancor più fragorosamente degli stessi paesi. Ludovico Corrao è il nome da sottolineare, la Gibellina del Cretto di Burri e le Orestiadi i simboli di una maniera diversa di intendere la ripartenza. Se il Belìce è uscito dalla morte civile non dimentichiamo quel nome. E oggi portiamo un fiore alla sua tomba.

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Cretto di Burri, opera di land art realizzata dall’artista Alberto Burri con il cemento bianco, sopra le rovine di Gibellina Vecchia
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