Il quaderno di Vladimiro e questa sosta che uccide

Quando il campionato si ferma, si ferma anche il mio metabolismo basale. Che di norma somiglia al rullio di un tamburo che rintrona nelle orecchie. Tu dici : “Non ne posso più!”, poi però, appena svanisce, ti senti solo, smarrito in questa valle di lacrime. E cominci a piangerti addosso, perché questa è l’unica cosa che ridà un senso alla tua vita.

Non so quanti giorni sono passati dall’ultima partita del Palermo, quella contro la Salernitana, vinta 3-0; non me lo ricordo ed evito accuratamente che qualcuno-qualcosa me lo ricordi. Io so solo che sono tanti, troppi giorni che vivo senza calcio e quindi vivacchio alla meno peggio, il minimo indispensabile per… sopravvivere. Sì, lo state pensando: per me il calcio, meglio il Palermo, è come una droga e vi sembra male dirmelo. E invece, a dirmelo, mi fareste solo del bene, perché non c’è nulla di meglio per chi soffre che riconoscere, accettare e condividere la causa della sofferenza.

Il Palermo è al centro della mia vita ormai da una settantina d’anni, da quanto mio fratello Vladimiro mi instillò nelle vene il bacillo del calcio. Lui era solo un ragazzo (diciassette-diciotto anni e la maturità classica con tutti 8 e 9 conquistata al “Garibaldi”), ma già da tempo aveva deciso che il suo mestiere sarebbe stato quello del giornalista. Io avevo una decina d’anni, anche meno: ero un pischelletto ma sembravo già un ometto, ragionavo come un ometto e quel fratello un po’ strampalato che, invece di spassarsela con le ragazze se ne stava in casa, chino sulla scrivania della saletta a scrivere mattina e sera, Dio solo sa che cosa, mi turbava da morire. Anche perché lui, finito di scrivere, apriva il cassetto della scrivania e vi ficcava dentro quel quadernetto dalla copertina nera, zigrinata. E chiudeva il tutto a chiave con tanto chiavistello.

“Che ci sarà mai in quel , quaderno?”, mi chiedevo e ci perdevo il sonno. Finché una mattina, lui, dopo avere scritto e poi conservato e poi chiuso nel cassetto il quaderno, dimenticò la chiave sul tavolo… Io la presi subito e violai il suo segreto. Afferrai quel quaderno, lo sfogliai e lessi… E quel che lessi mi cambiò la vita, nel senso che le diede la rotta che non ho più perduto di vista. Vladimiro scriveva di sport, calcio in particolare, precisamente del Palermo, e lo faceva in un modo assolutamente irresistibile: sembrava che a dettargli stile e sostanza fosse un angelo, disceso dal cielo apposta per lui.

Vladimiro per questo – ed altro ancora che non sto qui ad elencare – tra sei fratelli è sempre stato il mio prediletto, il mio maestro, la mia guida. Non finirò mai di dirgli “GRAZIE” e di amarlo, come lo amavo in vita e ancor di più da quando nel ’93, l’ho perso, che aveva solo sessant’anni.

L’ho detto: piangermi addosso è l’unico mio rifugio, quando la vita non mi riscalda più perché mi viene a mancare la sua ragione regina: il Palermo.

E che diamine, mi viene quasi da imprecare, anche se non sono il tipo: che bisogno c’è di fermare il campionato per tre settimane? Si attenta alla mia vita, così, e non esagero. Passo le giornate come un forzato ai bagni penali, tampasio casa casa e le ore non passano mai. Dice: “Esci, vattene in giro, porta tua moglie al cinema, divertiti…”. Consigli saggi. Non c’è che dire ma perfettamente inutili. Non sto neanche a sentirli perché, invece di aiutarmi, mi inaspriscono: “Ma come, io soffro come un cane e tu mi dici di uscire e divertirmi?”. Mi verrebbe da replicare a cotanta saggezza a buon mercato: “Ma perché tu, quando ti colpisce un lutto, che fai, te ne vai a spasso, a divertirti?… Ma fammi il piacere!”.

Insomma, pur con esagerata enfasi, questo è il mio “stato” da quasi tre settimane a questa parte, fatte di vuoto pneumatico che non riesco a colmare in alcun modo. Eppure, si dice che non tutti i mali vengono per nuocere e che, nel dolore e nelle privazioni, si impara a diventare più forti e resistenti. E dev’essere così perché, altrimenti come si spiega che a quasi 77 anni io mi senta ancora un ragazzino, pensi e agisca come se lo fossi, tranne sbattere ogni tanto contro la realtà e rompermi il grugno? E so per certo che l’unico desiderio che mi resta e al quale non potrei mai rinunciare è quello di andare allo stadio, guardare il mio Palermo ed emozionarmi ancora come un bambino. Come fosse ogni volta la prima volta. Quella volta che, avevo appena otto anni, seguendo a marce forzate e di nascosto Vladimiro andare allo stadio da giornalista di “Sicilia del Popolo”, mi fermarono brutalmente agli ingressi, ringhiandomi queste parole: “E tu, picciriddu, sulu sì, ah?”. E alla mia risposta affermativa: “E allura vatinni a casa, ca sta chiuviennu fuorti e ti vagni com’un puddicinu!”.

Io non me ne andai a casa. Io aspettai che, a venti minuti dalla fine della partita, mani sante aprissero quel grande portone e ci facessero entrare tutti, i diseredati senza biglietto.

A venti minuti dalla fine, il Palermo stava perdendo 2-0 dal Grande Torino di Valentino Mazzola… E pioveva e tirava vento e faceva un freddo cane, ma io non sentivo null’altro che il rombo della folla sugli spalti e non vedevo null’altro se non quelle maglie rosa, che mi stregarono all’istante.

Quelle maglie rosa che, prima con Pavesi e poi con Milani, pareggiarono 2-2 con il Grande Torino.

La prima partita della mia vita, Palermo-Torino: 2-2 e al 70’ eravamo sotto di due gol: se non è segno del destino questo…

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