Il Pd e le candidature: è tiro al bersaglio

La ressa, quella vera, è e resta per i collegi plurinominali, quelli, per intenderci, in ci si elegge col sistema proporzionale. Ai collegi uninominali, invece, dove lo scontro è diretto e a ottenere lo scranno è soltanto uno, tra i candidati di tutte le forze politiche, non vuole andare praticamente nessuno.

È lotta fratricida ormai in casa Pd, dove questa mattina gli esponenti dem di Caltanissetta, in una nota inviata ai giornali, arrivano a minacciare l’occupazione della segreteria nazionale. Nel mirino della contestazione resta la terza candidatura alla Camera di Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Salvatore, fondatore e leader del movimento Sicilia futura schierato col centrosinistra.

“Non si tratta – spiega l’ex deputato regionale Giuseppe Arancio – di una posizione contra personam. Ma bisogna prendere atto che le candidature nei collegi plurinominali (col sistema proporzionale, ndr) non possono essere dei paracadutate. E bisogna riconoscere che negli scorsi cinque anni c’è stata assenza completa della deputata nel territorio“.

Insomma, stop ai premi di consolazione per chi quel premio non lo merita. Un ragionamento che in molti allargano ai “fautori del disastro”, da Fausto Raciti a Beppe Lumia, fino a Rosario Crocetta e Davide Faraone. Tutti in pole per ottenere una candidatura blindata. E poi c’è il malcontento che serpeggia attorno alle rivendicazioni di Leoluca Orlando, che dal canto suo pretende un posto sicuro per il suo braccio destro, Fabio Giambrone.

Insomma, è raro trovare sprazzi di ottimismo in casa dem, anche se qualche raro caso si intercetta. Come nelle parole dell’ex presidente della Commissione Sanità all’Ars, Pippo Digiacomo, secondo cui il partito sarebbe “in condizione di esprimere candidature autorevoli a testa alta. Abbiamo uomini e donne che possono competere e vincere anche all’uninominale”. Digiacomo non nasconde un certo interesse alla candidatura, anche se precisa di non essersi mai autocandidato: “Sono sempre stati gli altri a proporre il mio nome. Se dovesse accadere anche in questo caso, mi spenderei per il partito come ho sempre fatto”.

Altri, invece, tendono ad essere più realisti. “Io credo che sia normale che in un partito che ha almeno 20 uscenti, altrettanti aspiranti, tra cui anche il sottoscritto, e una previsione di eletti di una decina di scranni, il dibattito a questo punto sia infuocato” ammette, senza giri di parole, l’ex assessore regionale alla Formazione Professionale, Bruno Marziano. “Condivido in qualche modo – sottolinea ancora Marziano – la protesta dei nisseni, che al di là del nome rivendicano una discussione interna al partito. Nessuno però è così ingenuo da non sapere che c’è un ruolo degli organismi nazionali e che il tanto auspicato confronto regionale debba avere luogo in presenza degli organismi nazionali”.

Un punto su cui batte anche il neo eletto deputato regionale, Michele Catanzaro, che intanto precisa che “da deputato agrigentino non rinuncio al primo posto per la mia Provincia nel collegio plurinominale che comprende Gela, Agrigento e Sciacca”. Ma Catanzaro si spinge oltre e mira direttamente alla testa del partito: “Abbiamo una segreteria regionale molto debole – attacca -, è inutile che facciamo direzioni provinciali se poi continua a non essere convocata la direzione regionale. Poi è chiaro che Roma prende in mano la situazione. La Sicilia di fatto è praticamente commissariata“.

“La verità è che ogni giorno di più appare l’immagine di un partito che si è perso“, ammette amaramente l’ex capogruppo dem a Sala delle Lapidi, Rosario Filoramo. “Non mi appassiona e non mi interessa il dibattito sui singoli nomi, il tema è che oggi parliamo di un partito che è altro – aggiunge – rispetto a quello che ha fondato la sua attività politica sulle primarie e sulla partecipazione, che era contrario alle liste bloccate. Quella stagione è finita, è evidente che le primarie e le scelte condivise non appartengono più alla storia del Pd“.