Gli invisibili

Viaggio alla scoperta del pianeta dei senza tetto. Da chi ha perso il lavoro ai giovani immigrati che scelgono la clandestinità. E intanto le missioni non hanno più posti

Il presepe è ancora montato, lì nel cortile centrale della Missione Speranza e Carità, in via Archirafi a Palermo. Proprio come in tutti quei luoghi e in tutte quelle case in cui, in questo primo scorcio di 2018, la priorità non è stata di certo smontare l’albero di Natale. Ci si è occupati d’altro. Sta tutta lì, in quell’immagine lontana dai riflettori rivolti invece sulle Poste di via Roma, dove protesta silenziosamente Biagio Conte, l’istantanea dell’emergenza abitativa a Palermo. “Noi qui preferiamo portare avanti il lavoro della missione. Se volete fare interviste, andate ad ascoltare Fratel Biagio alle Poste” dicono i volontari della Missione, accompagnando cortesemente il cronista alla porta.
Diverso il clima nella seconda sede della Missione, in via Decollati. Lì, ad accogliere, c’è sempre lo stesso uomo dagli occhi profondi e il sorriso sincero. Anche in questo caso i volontari sono un po’ schivi, ma sono ottimisti rispetto alla protesta del missionario laico: “Fratel Biagio è forte e regge la botta, l’ha fatto tante volte. Chiunque di noi in una situazione così al limite sarebbe morto, ma lui riesce a reggere”.
I volontari raccontano anche le difficoltà legate ai mesi invernali, quando le temperature particolarmente rigide imporrebbero il diritto di tutti ad avere un tetto sotto cui ripararsi. “D’estate riusciamo ad accogliere tutti, magari attrezzando letti e brandine in cortile, ma in inverno come si fa? Non sappiamo più dove metterli. Siamo arrivati a far dormire la gente nei sottoscala, pur di non lasciarli in strada e dar loro un tetto”.
E in effetti anche Fratel Biagio, coi suoi occhi liquidi come il mare, racconta accasciato sotto i portici delle Poste centrali che “la notte non dormo comunque, non sono tranquillo. Come si fa a restar sereni quando là fuori c’è gente che dorme al gelo? Come si può voltarsi dall’altra parte?”.
Ha ricevuto solidarietà trasversali, dal messaggio del presidente della Regione alle visite dell’assessore comunale ai Servizi Sociali, Giuseppe Mattina, al presidio del deputato regionale Vincenzo Figuccia, dalla Cgil all’Ordine dei giornalisti.
“Non ho più voce – dice a chi va a trovarlo – 27 anni fa urlavo per far sentire la mia voce. Adesso posso farlo soltanto in silenzio, ma provo comunque ad accendere i riflettori sugli ultimi, su chi non viene ascoltato da nessuno.

Oltre i numeri le storie

E in effetti, gli ultimi, i non ascoltati da nessuno, sono fin troppi a Palermo. Hanno storie diverse, percorsi diversi, ma finiscono lì, in strada, sotto l’indifferenza di chi è troppo di fretta per accorgersi che sotto casa c’è un materasso, un sacco a pelo, un alloggio di fortuna in più.
“Ci sono due tipologie di persone che finiscono in strada – racconta Marco Guttilla, referente dell’Istituto Don Calabria al dormitorio comunale via Messina Marine – c’è una fascia tra i 45 e i 60 anni, prevalentemente italiani, che finisce in strada per mancanza di lavoro. Poi una volta fuori dal sistema, restano ai margini non avendo la possibilità di trovare lavoro. E si ritrovano in quella condizione in cui sono troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per trovare un’occupazione”.
Da lì è la teoria del piano inclinato. Lo sconforto, la depressione. “Spesso questa gente finisce attaccata alla bottiglia oppure sviluppa dipendenze patologiche da gioco d’azzardo. Finiscono col vivere di espedienti e anche le famiglie alla fine li rifiutano”.
Diverso è invece per i più giovani. “In quel caso – spiega ancora Guttilla – si tratta spesso di giovani stranieri che hanno raggiunto la maggiore età ed escono fuori dai centri per minori non accompagnati, ma magari non hanno completato il percorso di vita autonoma. Possibilmente di lì a breve scade il loro permesso di soggiorno e così finiscono col diventare invisibili”.
“La nostra – sottolinea ancora Guttilla – diventa così un’attività di supporto e di accompagnamento. Con mille difficoltà, naturalmente, perché quando hanno ormai perso il contatto col mondo “legale” non sanno nemmeno a chi rivolgersi”.
Il primo passo è far uscire gli homeless da una condizione di invisibilità. Così gli assistenti sociali li seguono nel percorso di residenza virtuale. “Poi li accompagniamo dal medico, li aiutiamo a riavere la tessera sanitaria… insomma, si ricomincia a costruire un’identità. È quasi una rieducazione alla quotidianità. È importante però che gli operatori non trovino soluzioni tampone, come a volte è successo, soltanto per sgravarsi dal peso delle responsabilità, ma provino ad attivare un insieme di altri attori che possano aiutare a risolvere davvero il problema”.

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