Le dighe fanno acqua

Un sistema da rimettere in piedi all’alba di una crisi idrica che sembra inevitabile. E il Cobas-Codir denuncia problemi di sicurezza

Il rischio dei rubinetti a secco è pressoché dietro l’angolo. L’allarme siccità di questi giorni, scaturito all’alba di un gennaio particolarmente caldo e poco piovoso conferma un trend piuttosto costante negli ultimi mesi. Piove poco e le 23 dighe siciliane non si riempiono a sufficienza. Lo stato delle reti idriche ridotte sempre più spesso a colabrodo, poi, fa il resto.

Insomma, per Salvo Cocina, il direttore generale dell’assessorato all’Energia voluto da Nello Musumeci all’indomani delle dimissioni di Vincenzo Figuccia, i guai non si trovano soltanto guardando al dipartimento ai rifiuti. Al contrario, anche il settore delle acque non è affatto rose e fiori. Intanto per l’avviso di garanzia che, insieme alla carica di dirigente generale, Cocina ha ereditato per la vicenda dei due operai morti nella diga Furore lo scorso anno.

Ma oltre le tragedie, le condizioni in cui versano le dighe siciliane non sono per niente rassicuranti. A cominciare dal numero di dipendenti in servizio, che dovrebbe essere pari a 12 unità per ogni diga. Ma in realtà praticamente in tutte le dighe il numero di funzionari è inferiore, spesso tra le 6 e le 8 unità, fino al caso limite della diga Santa Rosalia a Ragusa, dove a coprire i turni sono arrivati ad essere soltanto quattro dipendenti. Una situazione che non consente di coprire i turni con almeno due persone in servizio e che, dunque, in caso di difficoltà aumenta i rischi sul luogo di lavoro, considerato che si tratta di strutture che si trovano spesso in luoghi isolati, spesso parecchio lontani dai centri abitati.

Secondo il sindacato Cobas-Codir, le condizioni lavorative di chi lavora nelle dighe sono spesso “difficili e intollerabili”, mentre le dighe vengono descritte come “strutture spesso fatiscenti e non adeguate dal punto di vista della sicurezza”.

La denuncia del sindacato è chiara: alcuni impianti elettrici non sarebbero conformi alla normativa esistente; “le strutture dove alloggiano i guardiani presentano in molti casi pericolose parti strutturali ammalorate e spesso igienicamente non adeguate; i cunicoli e i calici ispezionabili sono privi di rilevatori di gas, di citofoni e di sistemi di allarme; manca la possibilità di risalita rapida per emergenza nelle paratoie; la turnazione sia diurna che notturna spesso avviene con un solo guardiano e non almeno due come dovrebbe essere; spesso non si ottempera alle prescrizioni fatte dal servizio nazionale dighe”. Insomma, è un intero sistema da rimettere in piedi e anche piuttosto in fretta. Magari prima che i rubinetti dei siciliani rimangano a secco.

Sabrina Figuccia e Leoluca Orlando

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