“Insultare i politici si può, si può…”

Musotto non ha dubbi: “Se promettono e non mantengono bisogna chiamarli imbroglioni. E questo a prescindere dalla Cassazione”. E intanto Micciché litiga con Giletti in diretta tv

I politici dovranno ora stare attenti: le promesse elettorali vanno mantenute, pena insulti e sberleffo libero da parte degli elettori. Lo ha stabilito la Cassazione che ha così dato ragione a un gruppo di consiglieri comunali di Furci Siculo, in provincia di Messina.

I consiglieri avevano affisso dei manifesti contro il sindaco Bruno Antonio Parisi, definito “falso, bugiardo, ipocrita e malvagio” per aver tradito le proprie promesse elettorali, deliberando l’erogazione dell’indennità di funzione. In primo grado il Tribunale di Messina aveva escluso, a causa delle connotazioni personali delle ingiurie contenute nei manifesti, l’esimente del diritto di critica politica, mentre in secondo grado i consiglieri erano stati assolti. Ora arriva la conferma della Cassazione, secondo cui l’assoluzione parte dal “presupposto incontestabile della offensività delle espressioni usate per riconoscere che gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale”.

Secondo l’ex presidente della Provincia di Palermo Francesco Musotto si tratta di una sentenza giusta: “A prescindere dal giudizio della Cassazione, se un politico fa promesse vane in campagna elettorale bisogna dirgli che è un imbroglione, soprattutto se si può dimostrare che la promessa non è stata mantenuta volutamente”. “Certo ci sono delle eccezioni – continua Musotto – nel caso in cui il politico ha provato a mantenere la propria promessa ma fattori esterni, non dipendenti dalla sua volontà, non l’hanno permesso”.

Ma le raffiche di vento sull’antipolitica soffiano anche sul versante televisivo, dopo l’intervento di MiccichéL’aria che tira. Nel corso della trasmissione di La7 condotta da Myrta Merlino, il presidente dell’Ars ha avuto un acceso confronto con Massimo Giletti: “Ogni volta che dicono che sono io a non voler tagliare gli stipendi rischio la vita, perché per strada ci sono persone che mi aspettano, mamme che non hanno nemmeno una busta di latte per i figli”, ha detto Micciché al conduttore di Non è l’Arena. E dopo che gli hanno fatto riascoltare l’audio in cui il presidente dell’Ars diceva “nessuno mi chieda ancora di tagliare gli stipendi perché dobbiamo risparmiare”, Micciché ha replicato: “Io sono qui per fare funzionare l’Assemblea non sono qui per fare tagli, questo era il senso delle mie parole. È già uno scandalo che lo stipendio dei commessi arrivi a 240 mila euro. Ma cosa volete che faccia? Che spari a quei dipendenti che sono qui da decenni e che prendono questi stipendi? Possiamo fare ben poco se una legge nazionale non ci supporta“.

“Il problema – spiega Musotto – è che non bisogna fare dichiarazioni semplici, perché non è semplice ristabilire il tetto agli stipendi dell’Ars. Si tratta di una situazione complessa, in cui bisogna sentire i sindacati e bisogna fare i conti con leggi pregresse. L’errore è di comunicazione e da questo è scaturita tutta la polemica”.