Sonia Alfano e la memoria tradita del padre: “Il Paese ricorda solo le vittime riproposte dalle fiction”

Era l’8 gennaio del 1993 quando Beppe Alfano, giornalista collaboratore del quotidiano La Sicilia, fu assassinato a Barcellona Pozzo di Gotto. La figlia Sonia, insieme a tutta la famiglia, si è sempre battuta per mantenere vivo il ricordo del padre e del suo sacrificio. Oggi, a venticinque anni di distanza dall’assassinio, le sue parole lasciano trasparire sconforto e rabbia per una memoria tradita: “Al dolore si aggiunge la delusione nel constatare che anno dopo anno si fanno differenze rispetto a quella che è l’organizzazione di una commemorazione o di un ricordo – sono le parole della figlia del giornalista – Nel momento in cui io e la mia famiglia abbiamo smesso di organizzare qualsiasi tipo di evento, tutto è stato lasciato così com’è. Questo fa capire che c’è anche una volontà nel mondo dell’antimafia, che si muove solo per i soliti noti, i soliti cognomi. Il ricordo degli altri viene invece relegato alla sola iniziativa delle famiglie”.

Lungi dal volere farne una questione di appartenenza politica, Sonia Alfano è però determinata nell’affermare la necessità di un impegno costante per tutte le persone che hanno dato la loro vita per la lotta alla mafia: “Credo che la questione si giochi sulla popolarità, ed è brutto dover dire questo. Devo riscontrare che nessun partito politico ha inteso fare proprio un determinato esempio. Ciò sarebbe potuto accadere con chiunque.  La mia non è una polemica. Figuriamoci se posso pensare che una polemica sui morti possa servire a qualcosa. Però i vivi potrebbero ragionare un po’ di più: quante fiction, quanti libri, quante trasmissioni sono state fatte per parlare delle vittime più eccellenti, se così possiamo dire. Come mio padre, invece, ce ne sono, purtroppo, a centinaia. Vittime meno note il cui sacrificio non è inferiore a quello di Falcone o Borsellino, ripeto, senza voler polemizzare. Io sono convinta che anche i familiari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino la pensano così”.

Per Sonia Alfano, l’antimafia ha abdicato al proprio ruolo e oggi annaspa nel pantano delle regole del gioco dei media, nella popolarità che viene prima della sostanza: “Quello che non è riuscito a fare il piombo lo ha fatto l’oblio di questo paese, che ha cancellato la memoria collettiva e si affida solo a due o tre date importanti. Questo lo trovo molto brutto perché vuol dire che è un Paese che ha scarsa memoria e che la memoria cammina di pari passo con gli eventi mediatici. La coscienza civile ha lavorato su ciò che gli veniva propinato. Questo non va assolutamente bene perché, ripeto, ci sono persone il cui sacrificio non è assolutamente inferiore a quello di altre”.

Anche per quel che riguarda la verità processuale sull’omicidio del padre Sonia Alfano esprime rammarico e disillusione: “Questo è un Paese in cui giustizia cammina sempre molto lentamente e a volte si è anche lasciata tentare dai depistaggi, nel caso di mio padre ce ne sono tanti tanti”, dice. Per poi concludere delusa: “Quello che è cambiato è che non c’è più la lotta alla mafia, quella della società civile. Se c’è, stenta. Arranca. La si vede solo nelle grandi occasioni. Ma la lotta alla mafia è scomparsa dall’agenda politica di questo Paese“.