“Io, mio padre, la mafia e il giornalismo piegato”

Intervista esclusiva a Claudio Fava nel giorno in cui si ricorda l’omicidio del padre. L’anomalia dell’editoria siciliana, le fake news e quelle tentazioni di essere servili con i potenti…

“Questa Sicilia avrebbe ancora un grande bisogno di un giornalismo inteso per come lo viveva mio padre. La sua storia non appartiene alla storia, oggi è attuale più che mai”. Ne è convinto Claudio Fava, giornalista, deputato regionale, figlio di Pippo Fava, ucciso dalla mafia 34 anni fa.
“Certo – ammette Fava – nessuno a quell’epoca immaginava che il giornalismo potesse essere utilizzato per diffondere false notizie. A quell’epoca il problema era la distanza tra il giornalismo ossequioso che non diceva, che si girava dall’altra parte, e il giornalismo che invece raccontava i fatti, facendo i nomi e i cognomi. Adesso, da una parte, il dibattito si è un po’ immiserito, dall’altra ti accorgi che il giornalismo capace di non essere benevolente esiste ancora. Quest’anno per la prima volta assegnamo un premio alla memoria, a Dafne Caruana Galizia, fatta saltare in aria lo scorso ottobre per avere riportato fatti su cui evidentemente altri tacevano”.

Insomma, per il buon giornalismo c’è ancora speranza?
“C’è speranza e c’è rischio. E il rischio è segno di speranza, perché significa che c’è ancora un buon giornalismo, in grado di raccontare e denunciare”.

Guardando invece alla situazione siciliana, l’editoria arranca ancora dietro antiche dinamiche.
“Occorrerebbe superare queste figure arcaiche dei direttori che sono anche i padroni. Che poi, quella del direttore-editore-proprietario, è la figura che ha rappresentato il maggiore ostacolo alla dialettica interna alle redazioni. Occorrerebbe superare una patologia che è tutta siciliana e che è diffusa, ad eccezione di qualche fase interlocutoria. La storia dell’editoria siciliana è la storia di tre grandi quotidiani con dinamiche molto simili. Non dimentichiamo inoltre che oggi siamo davanti a un processo che sta quasi passando in sordina, come se si trattasse di una vicenda privata. Invece il processo a Ciancio per concorso esterno in associazione mafiosa è un processo a buona parte di un sistema editoriale e giornalistico in questa terra. Siamo di fronte a un sistema che si è piegato, diventando utile strumento di interessi criminali. In questa terra ricordiamo i giornalisti ammazzati, ma dall’altra parte l’editore del più grande quotidiano continua a ricevere le visite devote di candidati ed è una cosa che rasenta il ridicolo. Quando vedi il sindaco di Catania che si presenta in ossequio, dopo aver dichiarato che il Comune si costituisce parte civile nel processo contro quello stesso editore, capisci tutta l’assurdità di questi ossimori che si verificano soltanto in Sicilia. Però se parli di questo vieni tacciato di essere uno fissato sempre sugli stessi argomenti”.

Tornano in mente le parole di un sindacalista di Corleone che nel giorno della morte di Totò Riina ha dichiarato al Gazzettino “dirsi contrari alla mafia è facile, parlar male di un singolo mafioso è ancora complicato”.
“È esattamente così, dire che la mafia fa schifo è ormai un format inoffensivo, è uno slogan, un modo per stare in società. Raccontare le storie, con nomi e cognomi, è un’altra cosa. Proprio in questi giorni, Musumeci ha fatto una disamina puntuale e impietosa sui rifiuti che ha avuto una forte eco, da destra a sinistra. Eppure non ho sentito o letto una sola parola sul fatto che il 90 per cento dei nostri rifiuti finisce in discarica perché il monopolio delle discariche è una grande patologia della nostra isola, con imprenditori agevolati negli anni da tutti i governi. La mafia fa schifo lo dicono tutti, andare a raccontare che un imprenditore mafioso è decisamente diverso”.

Tornando al giornalismo, se la situazione è stagnante in Sicilia, non va meglio guardando oltre lo Stretto.
“È un limite dell’editoria italiana l’assenza di editori puri, gli editori in Italia sono anzitutto portatori di interessi personali. Basti guardare al ruolo della Fiat da editore in passato, attenta anche a chiedere ai propri giornali che non si guastassero i rapporti con i governi che poi dovevano aiutarla. È la storia dell’editoria italiana, non la trovi in Francia, non la trovi negli Stati Uniti, ed è una cosa che paghiamo perché alla fine non si guarda all’interesse di chi deve essere informato, ma all’interesse di chi informa”.

Cosa ne pensa della legge sull’equo compenso? Riuscirà a invertire la tendenza rispetto allo sfruttamento dei precari?
“Penso che occorra un passo più preciso, due terzi dei giornalisti che scrivono in Italia non sono contrattualizzati, vuol dire che non hanno garanzie, non soltanto economiche, ma penso ad esempio alla tutela giudiziaria, nel dilagare di querele temerarie. È un mercato fortemente impazzito, quello dell’editoria, in cui se da una parte girano le fake news, dall’altra ecco che spuntano i fake contratti, capaci di offrirti poco o nulla, pretendendo tutto in cambio”.

Catania, commemorazione Pippo Fava accanto al sexy shop

Pubblicato da Rassegna Stampa su Venerdì 5 gennaio 2018

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