Riflessioni dopo la morte di Amor

Non è che se si usa la parola francese clochard diventa meno barbaro il contesto di vita di chi vive per strada. In italiano la si traduce con due termini nettamente più crudi: barbone e vagabondo. In entrambi trapela un’idea di volontà, tu hai scelto di fare il barbone, tu sei un vagabondo. Forse perché barbone e vagabondo nel linguaggio di tutti i giorni diventano anche insulti. Poi c’è anche accattone, che è l’ultimo rango: definisce la condizione di povertà assoluta, di colui che è rifiutato dalla società. Una condizione materiale della miseria diversa da quella dell’anima che è più propria del barbone o del vagabondo.

Senza tetto è già diverso, c’è l’aria della sventura, di chi non a casa suo malgrado. E del resto, nella banalità di questa disquisizione, è proprio così. Un senza tetto può non essere un accattone o un barbone. Ma la sostanza non cambia perché egualmente si vive ai margini della società, alla periferia della dignità umana. E non cambia neanche il livello di responsabilità di chi ha il dovere di occuparsi degli ultimi, sfortunati o disgraziati che siano. La sensazione è che la parola clochard abbia il potere di alleggerire le coscienze, una vita da clochard la si immagina meno disperata di quella di un vagabondo, persino più romantica come le cronache talvolta ci raccontano. Ma la verità nel caso di Amor è che era barbone e non clochard, quasi un paradosso per lui, tunisino di nascita e affine alla lingua francese. Barbone di quelli che vivono e muoiono per strada. E non c’è niente di romantico nel loro destino.

Secondo pensiero. Si può fare tutta l’ironia di questo mondo sui vezzi politici della famiglia Figuccia, ma il giorno di capodanno e senza fotografi al seguito Vincenzo e Sabrina, rispettivamente deputato regionale e consigliere comunale, erano per strada a portare cibo a due barboni. E senza fotografo al seguito. Le regole della ricerca del consenso sappiamo bene che seguono percorsi non sempre lineari, consenso che spesso fa rima con compromesso e che a Palermo e in Sicilia ha spesso tanti sgradevolissimi connotati. E quando di voti ne prendi tanti esiste un’altra regola, applicata da chi la politica la osserva e la schifia,  che porta con sé un pensiero istintivo e permeato di sospetto: chiedersi, cioè, ma come ha fatto? Questo episodio è un pezzo di risposta, i Figuccia vivono la politica h24, stanno per strada – in tutti i sensi – e si sporcano le mani, sino a prova contrario in un senso solo.

La morte di Amor ci porta a bussare ad un’altra porta. Anzi ad un portone ed è quello di Palazzo delle Aquile. A Palermo i barboni stanziali non sono molti, se ne potrebbe fare un censimento perché sono riconoscibili e hanno postazioni conosciute. D’inverno, peraltro, sono facilmente individuabili perché dormono ovviamente sotto i portici. Possibile, che non sia possibile tenere sotto controllo poche decine di esseri umani? Ha ragione il sindaco Orlando quando sostiene che le disumane politiche del’immigrazione portano talvolta gli irregolari a cercare la clandestinità e a rifiutare aiuti.

La domanda a cui, tuttavia, dovrà rispondere, davanti alla sua coscienza e poi anche davanti all’opinione pubblica è questa: davvero è stato fatto il massimo? C’è un’azione diretta o indiretta (magari attraverso associazioni convenzionate) in grado di monitorare e prevenire situazioni estreme come quelle di Amor? Perché una cosa è certa, in strada il tempo di resistenza non è infinito, persino in una città come Palermo il cui clima poche volte presenta punte estreme.

Questo caso ne ricorda un altro di oltre 17 anni fa, quando un ragazzo morì a Partanna Mondello folgorato da un palo della illuminazione pubblica. Era accettabile una morte del genere in una Palermo città europea, come recitava il mantra dell’epoca? Certo che no, anche se il palo era transennato e la responsabilità diretta era della società che gestiva il servizio di manutenzione. Il Comune di Palermo e Orlando – nella persona dell’assessore delegato Franco Miceli – furono fatti a fettine in diretta tv da Piero Marrazzo. Oggi come allora emerge come colpa primaria la cosiddetta responsabilità oggettiva che grava sulle spalle di chi guida la comunità cittadina.  Allora ci si avviava verso la fine della sindacatura, oggi l’orizzonte temporale è così ampio che Orlando ha l’obbligo morale di indagare ed emettere sentenza. Ed eventualmente, come ai bei vecchi tempi, revocare convenzioni o mandare a casa chi male lo rappresenta. Perché altrimenti i sacrosanti discorsi sull’immigrazione suoneranno come la transennatura di quel palo di 17 anni fa. Ovvero una semplice e banalissima giustificazione.