Liverani, vecchio cuore rosanero

Vado a braccio, anzi a naso, seguo il lungo braccio della memoria, quello che spazia lontano e non si ferma mai.

La prima volta che lo vidi in azione, io ero ancora un giovanotto, facevo il cronista per “L’Ora” e poi per “La Sicilia” e andavo forte nella ricerca dei personaggi del calcio rosanero.

Mi avevano mandato allo stadio a vedere la “primavera” del Palermo, impegnata nella rituale partitella del giovedì contro la prima squadra. Sulla panchina dei giovani primavera sedeva un tipo dall’aspetto austero: a giudicare dalla gestualità teatrale sembrava più un predicatore che un allenatore di calcio.

“Osservalo bene – mi disse il caporedattore – e troverai pane per i tuoi denti!”

Nella mia lunga – ed ancora in corso – milizia di giornalista free lance ho sempre rispettato le consegne del mio direttore, e lo feci anche quel pomeriggio. Mi piazzai dietro la panchina del mister della “primavera” e drizzai le antenne, ma se l’orecchio era teso verso la panchina l’occhio era rivolto al campo, dove i ragazzini giocavano con i “grandi”.

E, guardando il campo, decisi all’istante di cambiare obiettivo: non più il calvo allenatore in panchina ma un tipo di pelle più scura che chiara che giostrava a centrocampo, più vicino alla sua area che a quella avversaria: era Fabio Liverani, romano de Roma, classe 1976, tutto e solo sinistro. Era lui che dettava i tempi di gioco, era lui che in pratica guidava i compagni, era lui l’allenatore in campo. E lo faceva con i gesti e le parole… E non aveva che diciassette-diciotto anni.

Me lo mangiai con gli occhi perché non sbagliava mai, sia nei tocchi brevi di disimpegno che nei lanci di ripartenza. E non solo: se c’era da placcare brutalmente l’attaccante avversario lanciato a rete, non si tirava indietro. Insomma, un play maker tipo pallacanestro innestato in un campo di calcio. Notai pure che il suo campo d’azione era un  fazzoletto di terra dal quale non si allontanava mai: non  ne aveva bisogno perché col suo sinistro “prensile” arpionava ogni palla di passaggio e la smistava con  naturalezza a destra e a manca.

A fine partitella, andai a parlare con il mister. Gli chiesi lumi su quel ragazzo dalla pelle color cioccolato e mi lui “liquidò” con poche ma illuminanti dettagli: “È un predestinato, farà strada; sembra lento ma è solo un’impressione perché nel suo ruolo è la testa che conta più dei piedi e la sua testa è una freccia sempre rivolta al bersaglio!”.

Ricordo che quando portai il pezzo in redazione, qualcuno si lamentò: “A questo gli dici una cosa e lui ne fa un’altra di testa sua!… Ma cu è patruni ro giurnali?”. Il tempo di leggere per intero il pezzo e il caporedattore decise che andava bene. “Fa’ lo stesso – disse – anzi, meglio così”.

Liverani, appena scoperto e ammirato, sparì per anni dalla sfera di mia competenza, finché non lo ritrovai protagonista nel Perugia di Cosmi e di un  certo Fabrizio Miccoli. Potete immaginare la mia soddisfazione, di tifoso e di cronista, quando Zamparini nel 2008 lo volle al Palermo e, dopo poche partite, lo volle pure capitano della squadra.

Al servizio di Delio Rossi, Liverani (che intanto s’era fatto vecchiarello con i suoi trentadue anni) ci deliziò tutti con quel suo sinistro “ammaestrato”, col quale, nel piccolo giardinetto di casa sua, che era diventato il pezzetto di campo davanti alla difesa, orchestrava tutta la manovra rosanero, ora pennellando lanci spaziali a sinistra (Balzaretti) e a destra (Cassani), ora verticalizzando all’improvviso per le incursioni nel cuore d’area di Miccoli e/o Amauri.

Quale capitano-regista-allenatore in  campo meglio di lui? Prendi uno e paghi tre: ecco il Liverani rosanero. E si vedeva, in ogni suo gesto, in  ogni sua “taliata” verso il compagno, quanto gli piacesse fare il direttore d’orchestra, con la fascia al braccio al posto della bacchetta.

Poi Miccoli si fece male e quando tornò, lui per ricaricarlo delle energie perdute durante la lunga convalescenza (oltre sei mesi) si sfilò la fascia e gliela sistemò attorno al braccio e per Fabrizio quello fu più un gesto d’amore che di strategia di campo.

Ma il tempo passa per tutti e Liverani a trentacinque anni lasciò il Palermo e poco dopo approdò là dove era scritto da sempre: su una panchina a impartire lezioni di calcio. Prima le giovanili del Genoa, poi, nel 2014, sulla panchina della prima squadra e non aveva che trentotto anni e la gavetta era stata comunque troppo breve. E non solo: a marcalo stretto c’era un  presidente del tipo Zamparini, uno dal’esonero facile: Preziosi. Liverani stravinse il derby con la Samp (3-0) e tutto il popolo rossoblù sembrava pazzo di lui. Tranne Preziosi, che lo esonerò dopo poche partite e – incredibile ma vero – dopo una vittoria.

Poco male: Liverani era ambizioso e non si fermava certo per un esonero, per altro cervellotico. Andò all’estero (Leyton) e poi tornò in Italia, serie B, Ternana, che languiva nelle ultime posizioni della classifica, rifiorendo, nelle sue mani, come rosa a maggio.

Una volta raggiunto l’obiettivo (la salvezza della Ternana), smaniava di trovarne un altro più intrigante e lo trovò a Lecce, piazza prestigiosa, al di là della categoria, la “lega Pro”.  I pugliesi ci provavano invano da quattro anni a risalire in serie B. Anche ad inizio di questa stagione con un nuovo allenatore e un organico di tutto rispetto. Risultato? Lo stesso delle stagioni precedenti. Sembrava una maledizione. Finché non è arrivato lui, Liverani… Ed eccolo ora il Lecce in testa alla classifica con tre punti di vantaggio sul Catania e cinque sul Trapani.

Ieri l’ho visto all’opera a Rai Sport nello scontro al vertice al Provinciale di Trapani: un leone in panchina, che impartisce lezioni di calcio.

Come faceva da ragazzo, più di vent’anni fa, con la maglia rosanero della primavera del  Palermo.