Secessione della Catalogna, re Felipe: “Rinunciate”. Monito natalizio al nuovo parlamento indipendentista

“Stabilità e rispetto”. Re Felipe VI di Borbone durante il suo discorso agli spagnoli la vigilia di Natale si è rivolto con fermezza al nuovo parlamento catalano, invitando le forze politiche al dialogo per evitare la secessione, dopo le elezioni che hanno riaperto la crisi istituzionale nella regione.

Il re di Spagna era già intervenuto dopo il referendum dello scorso 1° ottobre, prima della dichiarazione d’indipendenza proclamata il 10 ottobre dall’ex presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont, destituito e ora esule a Bruxelles. Felipe VI aveva dichiarato che le autorità catalane avevano violato i principi democratici dello Stato di diritto con una «slealtà inaccettabile» e una «condotta irresponsabile». Il governo centrale aveva di conseguenza sciolto il parlamento della Catalogna e indetto nuove elezioni per il 21 dicembre.

Il risultato delle consultazioni elettorali, che avrebbero dovuto disinnescare il movimento indipendentista, segna invece un’innegabile durissima sconfitta alla linea di gestione del Governo centrale spagnolo sulla intera questione catalana. Il premier Mariano Rajoy si è dimostrato incapace di dare una risposta politica alla crisi, come quando ha scelto di mandare la polizia a caricare i catalani ai seggi durante il referendum di ottobre, dichiarandolo illegale.

I partiti del blocco indipendentista hanno così ottenuto nuovamente la maggioranza assoluta al Parlamento della Catalogna, 70 seggi su 135, con un’affluenza alle urne dell’82%. Sono tre partiti di estrazione politica assai diversa, dal centrodestra all’estrema sinistra. La più votata lista indipendentista, che ha ottenuto 34 seggi, è stata Junts per Catalunya (JxCat) quella dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, sostenuta dal partito di centrodestra PDeCAT. La seconda lista per numero di consensi è stata Esquerra Republicana (ERC), la sinistra indipendentista dell’ex vicepresidente Oriol Junqueras (32 seggi). La formazione più piccola si è dimostrata la CUP, la sinistra radicale, con 4 seggi.
Insieme le tre liste formano l’unica maggioranza possibile in Catalogna, anche se il primo partito è quello centrista unionista di Ciudadanos, con 37 seggi.

Gli indipendentisti rivendicano l’identità nazionale e culturale della Catalogna e la sua autonomia, perdute con l’occupazione di Barcellona da parte delle truppe borboniche l’11 settembre del 1714. Il forte sentimento identitario dei catalani, analogamente a quello dei baschi, crebbe durante il lungo periodo di dittatura franchista, dal 1939 al 1975, come reazione alla repressione di tutte le manifestazioni linguistiche e culturali che non fossero strettamente spagnole o castigliane.

Di recente il movimento indipendentista aveva provato, nel 2014, a promuovere un referendum per la secessione, anch’esso dichiarato illegale. La crisi economica qualche anno prima aveva fatto perdere il lavoro a più di 670mila persone nella sola Catalogna. Già allora l’unica parte politica che era sembrata credibile a molti catalani in difficoltà era stata quella degli indipendentisti.

Una delle rivendicazioni più forti in Catalogna, tra le regioni più ricche della Spagna, è quella di poter gestire direttamente le proprie risorse economiche, senza dover passare per il governo centrale di Madrid. Non c’è dubbio oggi che gran parte della popolazione catalana persegue questo obiettivo, attraverso l’indipendenza ma anche tramite altre forme di maggiore autonomia, come quella del federalismo.
È un fatto che con la crisi economica il governo spagnolo ha diminuito sensibilmente gli interventi statali verso la Catalogna, nonostante il rilevante contributo fiscale da Barcellona a Madrid, accantonando anche la realizzazione di infrastrutture strategiche che avrebbero agevolato lo sviluppo della regione.

Gli indipendentisti denunciano un profondo malessere dovuto all’incapacità del governo centrale e da forze politiche coinvolte in continui scandali per corruzione, in una economia iberica ancora feudale e devastata dalla crisi, dove Re, Chiesa e “Grandi di Spagna” rimangono i principali proprietari terrieri del Paese, godendo di gran parte degli aiuti europei per lo sviluppo.

Brexit e Catalogna sono fenomeni critici assai diversi, che denunciano gli attuali fortissimi limiti nelle politiche di coesione della comunità europea e nel superamento degli stati-nazione del vecchio continente: l’Europa unita è ancora lontana.

Dario Fidora

Direttore editoriale