Figuccia – Miccichè, eterni duellanti

Dietro l’attacco dell’assessore regionale un’offesa non dimenticata. L’abitudine del presidente dell’Ars a non rinunciare alle dichiarazioni ad effetto, la capacità del giovane rivale di utilizzarle a suo uso e consumo. Un gioco che andrà avanti per chissà quanto tempo…

Una certezza: Figuccia non dimentica. E come Sartana non perdona. Inutile meravigliarsi della reazione tutt’altro che amichevole nei confronti di Gianfranco Miccichè dopo il discorso d’esordio di quest’ultimo un minuto successivo all’insediamento di quella poltrona sognata per anni e inseguita per tutta la durata della campagna elettorale. Ma se Figuccia non dimentica, c’è da dire che Miccichè di spunti polemici ne offre praticamente ogni volta che apre bocca. È la natura del personaggio, il gusto per la dichiarazione ad effetto, la voglia di stupire, di dire la cosa sbagliata nel momento sbagliato, di trasformare in un attimo anche una cosa giusta in una terribilmente inappropriata.

Tornando a questo titanico duello, cosa non ha dimenticato Figuccia? Uno sgarbo non da poco, specie per chi ha costruito l’ascesa politica in un meticoloso lavoro quotidiano ma anche sul cognome diventato un vero e proprio brand. Figuccia, basta la parola. Poco importa se ti chiami Vincenzo (Ars), Sabrina (Consigliere comunale di Palermo) o Marco (consigliere di circoscrizione di Palermo), il cognome tramandato dal capostipite Angelo e da egli stesso ottimizzato nei motori di ricerca della politica, rappresenta il marchio di fabbrica che qualifica la discendenza.

E cosa ha fatto Miccichè durante la campagna elettorale, dopo l’addio a Forza Italia del clan Figuccia? Ha inserito nella sua lista un altro Figuccia, un’azione di disturbo stile anni ’80, quando il fac simile era strumento vero di propaganda e il passa parola il progenitore di facebook. Un sfregio ritenuto insopportabile che ha determinato l’affondo odierno di Vincenzo Figuccia contro il presidente dell’Ars: “La maggioranza ha sbagliato a votare Miccichè, così si offende chi non può mangiare…”. Tutto ciò è la conseguenza di quell’offesa, anche se proprio la natura delle dichiarazioni di Miccichè danno all’assessore regionale la possibilità di farlo senza particolare livore, anzi cavalcando una corrente più che favorevole.

Perché fra tutto ciò che poteva o doveva essere detto dal neo presidente di uno dei più antichi parlamenti del mondo non credo che avesse priorità assoluta sottolineare il prossimo ritorno agli stipendi d’oro per i mega dirigenti della Regione. Ma Miccichè è fatto così, sfrontato e non gaffeur, perché dietro ogni dichiarazione –anche la più inopportuna – c’è un ragionamento. Non lo terrebbe a bada nemmeno il migliore ufficio stampa del pianeta terra, cosa da cui peraltro si è sempre tenuto a debita distanza. Gli andava di prendersi la prima pagina passando per l’uomo anti austerity? Detto fatto.

E Figuccia è lì che non perdona, lo aspetta al varco, ne pesa le parole, nella quotidiana sinfonia della comunicazione politica suona ad orecchio ma ha il senso del ritmo. E il suo assolo lo piazza per Santo Stefano, quando le notizie saranno state al massimo 5 e ad ognuna viene dato un risalto senza dubbio maggiore. Non perdona Figuccia e non perdonerà chissà per quanto tempo, anche perché la carriera del giovane assessore può ancora prevedere picchi in salita, mentre Miccichè – per sua stessa ammissione già resuscitato dall’apparente morte politica – sembra essere giunto all’ultima prestigiosa fermata. Motivo per cui inutile illudersi nei cambiamenti, ciascuno procederà secondo lo stile di sempre, da eterni duellanti.