Cari dirigenti del PD siciliano, di cosa vi scandalizzate?

Non posso ritrovarmi ad abbracciare metodi e personaggi – ex cuffariani, ex lombardiani ed ex berlusconiani – appartenuti a stagioni politiche da dimenticare. La mia non è una posizione moralistica, piuttosto mi è impossibile accettare che il PD si mostri incapace di costituire un punto di riferimento in dialogo permanente con i giovani, le imprese e le famiglie per essere, invece, un pantano indistinto, reso tale da varie operazioni di riciclaggio di vecchio ceto politico, allo scopo di contabilizzare una poltigliosa sommatoria di voti”.

È uno dei passaggi della mia lettera pubblica con la quale nell’ottobre del 2015, ben due anni fa, mentre c’era la corsa a salire sul carro renziano in quel momento vincitore, ho comunicato di voler lasciare il PD. Tanti erano stati gli appelli della cosiddetta base perché si cambiasse rotta, cominciando dalla necessità urgente di togliere il sostegno a Rosario Crocetta, a una delle peggiori esperienze governative che si ricordi in settant’anni di autonomia, per finire con il dovere morale di fermare inciuci e accordi innaturali. Purtroppo i gridi d’allarme rimasero inascoltati e vinse l’arrogante supponenza dei padroni delle tessere.

I risultati di tale scellerata politica dal punto di vista elettorale li abbiamo visti e li vediamo. Il centrosinistra in Sicilia di fatto non esiste, il PD cala nei consensi, ha perso pesantemente le elezioni regionali e non sembra sappia uscire dal tunnel buio e freddo dei propri errori. Oggi, sono tutti scandalizzati per l’esito della votazione che ha portato all’elezione di Gianfranco Miccichè alla più alta carica dell’Ars in cui  quattro deputati del PD, nel segreto dell’urna, pare si siano espressi a favore del leader di Forza Italia. Il caos è continuato con le altre nomine dell’ufficio di presidenza. Accuse reciproche in un clima di altissima tensione tra le fazioni e i satelliti del PD, veleni e sospetti, minacce di abbandoni, molte maschere. I giovani dem, per la verità tardivamente (dove sono stati finora?), parlano di “vergogna”. A scandalizzarsi, guarda un po’, sono gli stessi che hanno voluto o tollerato un partito ridotto a un informe contenitore in cui imperano nefaste logiche correntizie e operazioni di reclutamento di razziatori di voti – con quale storia e affidabilità etica e politica non gliene è fregato nulla a nessuno – utili soltanto al rafforzamento di posizioni di potere e al mantenimento di poltrone.

Cosa ci si poteva aspettare dopo anni di un siffatto modo mercantile di intendere e di praticare la politica?  Di cosa vi meravigliate cari dirigenti e deputati regionali del PD, monumenti di ipocrisia sfacciata? L’ostinato “trafficare” in aula tra maggioranza e opposizioni, in costante violazione della volontà dei cittadini manifestata nei seggi elettorali, non è stato il vostro pane quotidiano nella trascorsa legislatura e precedentemente con Raffaele Lombardo? È evidente che ci sono, tanto per gradire, trattative di bassa cucina in corso e i soliti cambi di casacca all’orizzonte, anche in vista delle politiche del marzo 2018, ma non siamo di fronte a una novità imprevista e imprevedibile. I notabili piddini sono ora preoccupati dell’impatto negativo sull’opinione pubblica di quanto accaduto senza probabilmente comprenderne ancora una volta la misura, soprattutto se ci riferiamo all’elettorato del PD sempre meno numeroso e sempre più deluso. Ci vorrebbe umiltà e decidersi a imprimere una svolta azzerando l’attuale classe dirigente, affermando un’identità di valori, alleanze  e programmi riconoscibile e coerente, guardando finalmente ai bisogni concreti della comunità e all’immenso esercito degli astensionisti. Non c’è, però, da farsi troppe illusioni conoscendo i soggetti. Ha detto qualcuno, l’errore di tanti politici è dimenticare di essere stati eletti e pensare di essere stati consacrati.


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