Palermo: la marcia verso la serie A che solo il tribunale può fermare

Quando al 94’ Belusci si lascia sorvolare dalla palla dell’ultima punizione della partita (e dall’ultima insidia, per la quale perfino il portiere rossoverde, per gettarsi nella mischia, aveva abbandonato la sua porta) per lasciarla scivolare in fallo di fondo e viene abbracciato con enfasi da Aleesami e Struna, si è avuta netta la conferma  del grande lavoro compiuto da mister Tedino. L’ex allenatore del Pordenone è arrivato che nessuno gli dava due lire di fiducia: “Ma chi è questo Tedino? E vogliamo tornare in  serie A con un signor nessuno in panchina?”.

Invece, in meno di cinque mesi, ha “rifondato” il Palermo, ne ha fatto una squadra che non giocherà il calcio più spettacolare del mondo ma fa i risultati e se qualche volta buca la partita (leggi Novara e Cittadella) la partita dopo si è già rialzata e ha ripreso la marcia giusta.

In un’atmosfera desolante che peggio non è possibile neanche immaginare, il Palermo ha subito aggredito l’avversario e dopo due soli minuti è andato in gol: capitan Rispoli, duettando come suole in velocità e potenza, con Gnahoré lungo tutta la fascia destra, ha sferrato un diagonale tagliente come una coltellata, e quel poco di pubblico intirizzito sugli spalti ha finalmente fatto sentire la sua voce. Era ora, visto che nemmeno l’ingresso in  campo delle squadra aveva distolto i pochi presenti, impegnati solo a resistere a pioggia e freddo e alla tentazione di… fischiare i propri giocatori.

Il gol di Rispoli sembrava l’inizio di una goleada, invece abbiamo presto scoperto che tutto il bene che si dice di Pochesci e della Ternana non era affatto campato in aria.

La Ternana, che non è uno squadrone e che conta nelle sue fila giocatori di livello poco più che discreto, gioca con l’ardire, la sfrontatezza, e il cipiglio di uno squadrone. E se ne frega se davanti ha la prima della classe perché fa un pressing aggressivo sui difensori e attacca gli spazi in velocità, costringendo il Palermo nella sua metà campo e sfiorando il pareggio al 45’, con un colpo di nuca di Finotto, che si stampa sulla traversa.

Sì, così facendo si espone alle ripartenze del Palermo, che potrebbe raddoppiare e anche triplicare, prima con Trajkovski, che conferma la bella prova di Bari e poi con Coronado, e il suo diagonale secco dalla distanza costringe il giovanissimo portiere ospite ad una paratona.

Insomma, una gran bella partita, combattuta e avvincente con il Palermo che aveva mezzi e qualità per dominarla ma non ci riusciva perché doveva sempre guardarsi dalle controffensive di Tremolada e compagni.

E subito a inizio ripresa – si era al 9’ minuto – ecco il rigore che poteva chiuderla: il fallo su La Gumina era lampante e sul dischetto si è presentato Coronado: breve rincorsa e tiro fiacco e centrale, che esaltava la vena di Blizzari, diciassettenne portiere che ha titoli e talento per imitare il quasi coetaneo Donnarumma (un anno di  più per il milanista).

L’errore del brasiliano non smontava né lui, che proseguiva nella sua bella prestazione, né i compagni, che, anzi, riprendevano le redini del gioco, spingendo ancora più forte dalla metà campo in su. E veniva fuori con prepotenza La Gumina, sul quale il “lavoro” di Tedino si coglie a piene mani, perché Nino non è più il “primavera” che aspetta la palla giusta nell’area piccola ma è diventato un attaccante moderno, che dialoga con il compagno di reparto, arretra, se necessario, e contrasta l’avversario nelle sue prime mosse di ripartenza. Insomma, una gran bella prova, quella del biondo palermitano, che non fa rimpiangere il capitano assente, e questo è già un indubbio attestato di stima e di fiducia.

Comunque – forse mi ripeto, ma come dicevano i latini: “Repetita juvant” – vedere una squadra così unita, così disposta al sacrificio, lottare e vincere anche con i denti e la bava alla bocca, contro tutto e tutti, contro i processi e il senso di vuoto e di abbandono che arriva dagli spalti vuoti, è un grande, inattaccabile segno di forza morale, prima che tecnica e professionale. E io, da tifoso, ne sono orgoglioso. E affermo, senza tema di smentita, che battere una Ternana così garibaldina, che gioca come non avesse null’altro da perdere se non la partita (e questo non è un gioco di parole ma un elogio che vien fuori dal profondo) non è affatto facile: da una parte una buona squadra – il Palermo, obbligato a vincere il campionato – e dall’altra un avversario che vuol solo salvarsi divertendosi e divertendo. Come dovrebbe succedere sempre nel calcio solo, che ormai gli Zeman e quelli che la pensano come lui, sono considerati poco meno che degli sconsiderati perché si ostinano a credere che il calcio sia solo spettacolo e non soprattutto affari e denaro.

La marcia verso la serie A  è segnata, Tedino ha il controllo assoluto della situazione e la squadra lo segue ciecamente. A questo punto solo un cataclisma può sconvolgere un disegno che pare tracciato con un inchiostro indelebile: il verdetto del Tribunale fallimentare può arrivare a tanto? Io spero, anzi credo, di no, ma io sono solo un tifoso, magari anche un ex avvocato, che con certe “faccende” dovrebbe avere una sia pur minima confidenza. E invece, non è così: quando c’è il cuore di mezzo tutto il resto, esperienze professionale specifica compresa, passa in secondo piano. Quindi, mi astengo da previsioni e mi attacco, disperatamente mi attacco, alla speranza che non si voglia per un’altra volta ancora cancellare dal calcio una città come Palermo e un popolo, innamorato del pallone, come il “popolo rosanero”.

Che è tutt’altra realtà che quella deprimente delle domeniche di calcio al “Barbera” di questi ultimi tempi.