La buttanissima arancina

La palla di riso metafora della ridicola rivalità tra Palermo e Catania nata per una monetina in testa a Renato Miele. I primati dell’una e dell’altra, dal Teatro Massimo all’Etna. E l’Accademia della Crusca che della questione di genere se ne lavò le mani. Oggi nel giorno di Santa Lucia noi vi diciamo che…

Arancina o arancino? Questa sarà la questione di queste 24 ore di stravizio gastronomico. Nel giorno di Santa Lucia scateniamo più che mai le tifoserie di Palermo e Catania in questa gara di raro provincialismo tutta incentrata sul sesso delle palle di riso. Il pronunciamento dell’Accademia della Crusca di qualche anno fa è stato talmente ponziopilatesco da farci comprendere ancora una volta che razza di Paese sia il nostro, dove sulle questioni di campanile è sempre meglio non emettere sentenze e lasciare il finale aperto.

Disse l’Accademia: “La forma sembra quella di una piccola arancia e quindi di fatto si dovrebbe privilegiare il lessico femminile”. Uno a zero per Palermo e palla al centro. Attenzione però, che l’arbitro non ha fischiato la fine. Perché la stessa Accademia con un codicillo piccolo quanto una clausola di un contratto di assicurazione, fornì qualche tempo dopo l’assist per il pareggio. “In genere in italiano, quando si usa il diminutivo di un sostantivo creando una nuova parola, è prassi usare il maschile”. Esempio: villa nella versione mini diventa villino.

Detto questo, non è che i catanesi avessero accettato il primo verdetto, anzi si erano appellati alla superiore scienza di Andrea Camilleri che veniva loro incontro declinando al maschile l’arancina e consegnandolo a Montalbano in uno dei suoi intrighi polizieschi. Della Crusca, insomma, se ne fottevano assai, il derby si giocava a prescindere da ogni cosa. E se è consentito anche della logica. Il collega de La Repubblica, Lucio Luca che ha un certo gusto nell’aizzare la folla, opportunamente ricordava ai catanesi, in un articolo scritto per il blog DiPalermo, quanto fuori di luogo fosse insistere sul genere maschile a dispetto di chi l’arancina l’aveva inventata, fatta cristiana e di genere femminile. E riconoscendo a Catania la supremazia dei dolci di mandorla come a Messina il primato delle granite. E ciò senza che a Palermo fosse mai venuto in mente di inventarsi un nome nuovo da adattare ad un mercato diverso dall’originario.

Oggi sarà tutto un chiacchiericcio su cosa è Palermo e cosa è Catania, i primati dell’una e quelli dell’altra. La solita stantìa solfa sulla supremazia culturale e quella economica, se è meglio Orlando o Bianco, Sant’Agata o Santa Rosalia, via Etnea o via Ruggero Settimo, la Sicilia o il Giornale di Sicilia, il Bellini o il Massimo. Tifo da stadio che non ammette mediazioni.

E del resto questa odiosa rivalità nacque, per meglio dire si potenziò, proprio per un fatto calcistico, uno di quegli episodi che negli anni ’80 sporcavano il calcio di quei tempi. Era un derby della stagione 1981/82, si giocava alla Favorita, quattro minchioni si avvicinarono al pullman del Catania – allora c’erano minori protezioni – e tirarono monetine verso i giocatori. Renato Miele, stopper del Catania con un trascorso nella Lazio, fu raggiunto da una monetina in testa. Fatto deprecabile, niente da dire, ma fu a dir poco ridicolo il suggerimento (c’è chi dice proveniente proprio dal presidente Angelo Massimino) che fu dato al giocatore di dichiararsi non idoneo a giocare la partita. Il pubblico per tutti i 90 minuti di questa storia non seppe niente, il Palermo vinse sul campo ma perse poi a tavolino. Da allora, con buona pace di tutti i messaggeri di pace, le due tifoserie si dichiararono odio eterno trascinando in questa guerra tribale anche chi del calcio non gliene frega un piffero.

E così il derby ha lasciato il Cibali e la Favorita e scorre nelle nostre vene. Nelle vene di chi, verrebbe da dire. Perché io da palermitano pretendo di essere libero di dire che di Catania mi piacciano tante cose e anche dei catanesi, almeno di quelli che conosco personalmente. Poi ritengo Palermo una città esteticamente più affascinante e orribile la cadenza dialettale catanese. Ineguagliabile il paesaggio alle falde dell’Etna e tutto ciò che beneficia del suolo lavico, vino in testa: voglio dirlo senza sentirmi un traditore. Né un provocatore se penso che Palermo abbia una dimensione metropolitana che Catania non possiede. Se riprendiamo l’argomento calcio negli ultimi dieci anni il Palermo sta nettamente davanti, per risultati e campioni. Del Catania si può invidiare il solo Papu Gomez che, tuttavia, non sarebbe stato titolare in rosa al tempo di Pastore, Cavani e Miccoli. E se ci buttiamo sulla gastronomia non si fa fatica a riconoscere che a Catania il livello della ristorazione è assai più elevato, che le punte sono di migliore creatività anche se i dolci di mandorla da soli non possono competere con cassata e cannoli. Insomma che diventi lecito reclamare la libertà di parlare bene o male di Palermo e Catania al di là dell’amore o dell’odio. E di poter dire liberamente che il panino con la carne di cavallo marinata che fanno a Catania è roba da applausi, forse persino superiore alla meusa palermitana. Ma che di arancine – femmine, femminissime, persino buttane nelle ultime audacissime versioni – Palermo è la regina. Abburro, accarne o com’egghie (cit. Lucio Luca, another time).

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