Il pizzo? Una ricetta semplice per liberare la Sicilia

A proposito di racket, pizzo ed estorsioni dopo l’ultima operazione dei carabinieri di Palermo che ha portato all’arresto di 25 persone per associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, favoreggiamento e ricettazione. Un’operazione che nasce da una indagine della magistratura palermitana e che fotografa equilibri e dinamiche del mandamento di San Lorenzo e della famigliamafiosa di Resuttana. Dichiara il questore di Palermo Renato Cortese: “È sotto gli occhi di tutti che la gente paga e sta zitta. Rispetto a vent’anni fa manca solo un vertice strategico in Cosa Nostra che possa continuare l’attacco allo Stato. Per il resto nulla è cambiato”.
Maurizio De Lucia, da pochi mesi Procuratore capo a Messina: “Nonostante il lavoro delle forze dell’ordine e della Procura di Palermo la mafia mantiene il controllo del territorio con le estorsioni. Non è più paura quella di chi paga ma acquiescenza” (fonte: la Repubblica Palermo).
E in effetti veniamo a sapere che molti commercianti e imprenditori neanche aspettano di essere contattati dai mafiosi, si presentano loro stessi per la “messa a posto“, magari con una bella cassata in mano.
Altro che mafia più debole, come qualcuno cerca di convincerci nel migliore dei casi con improvvida precipitazione. È vero ciò che afferma il dottore Cortese, che manca un vertice strategico (morti Provenzano e Riina), ma è anche vero che ci sono segnali di tentativi di ripristinare la struttura a “cupola” di Cosa Nostra o comunque di individuare un capo, indipendentemente dalla volontà di un attacco frontale e sanguinario allo Stato (la stagione stragista dei “corleonesi”) che probabilmente – ma mai abbassare la guardia – non verrà replicato dai vecchi boss tornati in circolazione e dai nuovi per gli eccessivi rischi ad esso connessi.
Il punto tragico della questione è che ancora in troppi pagano il pizzo e non collaborarono. A questi si aggiungono, incredibile, coloro che sembrano ricercare motu proprio un accomodamento con i mafiosi creando addirittura rapporti di buona amicizia con atteggiamenti compiacenti e regali di varia natura.
Eppure, basterebbe unirsi tutti insieme e ribellarsi. Oggi non è più come ai tempi di Libero Grassi, ucciso perché conduceva la sua battaglia in solitudine. Adesso i mezzi ci sono, esistono le associazioni anti-racket e le associazioni di categoria finalmente apertamente collaborative. Esiste, soprattutto, un clima sociale meno incline all’indifferenza, all’omertà, alla connivenza complice o silente. La collettività, in una parola, è generalmente meno disponibile a  tollerare e a sopportare la sopraffazione di boss e gregari, seppure il cammino, intrapreso da anni specialmente attraverso l’instancabile e meritoria attività di formazione alla legalità nelle scuole, sia ancora lungo. Dipende esclusivamente dalla costituzione convinta e solidale di un fronte unico da contrapporre allo strapotere criminale e parassitario dei mafiosi. Se lo si facesse in pochissimo tempo il pizzo sarebbe solo un cattivo ricordo.
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