E vissero tutti feriti e contenti: confesso che invidio Zanca…

Io so cosa è l’invidia, in me convive da tempo ma in maniera sana. Riconoscere qualità in altri, desiderare di averle ma senza quegli eccessi che trasformano il desiderio in brama e la persona invidiata in un nemico. Ho invidiato quel mio compagno di squadra che mai un infortunio per tutto un campionato (e io che combattevo la pubalgia) e quella amica il cui figlio, coetaneo della mia bambina, mangiava e dormiva mentre a me toccò una figlia inappetente e poco votata al sonno. Io scrutavo le loro fortune, le ritenevo persino immeritate, ma lì finiva.

Oggi la mia invidia si riversa verso Ettore Zanca, autore di un libro che avrei voluto scrivere io. Ci siamo conosciuti quasi per caso, la sensazione è stata di quelle che sanno di storia antica, direi compagno di scuola se non sapessi di fargli un grave torto anagrafico. Per prima cosa gli invidio il titolo, E vissero tutti feriti e contenti, che non è solo un gioco di parole che già di per sé avrebbe un suo perché.

Il libro racconta del rapporto tra un padre e un figlio e di un loro viaggio nella vita, un cammino surreale e come tale denso di simbologie. E in quel padre e in quel figlio ci sono pagine di letterature già digerita e pagine di vita con cui non si è ancora del tutto fatto i conti. Scomodiamo La strada di Cormac McCarty o pensiamo piuttosto al nostro vissuto di padre che come quello di Zanca è fatto di dolcissime imperfezioni, della capacità di mettere pezze, della speranza che la semina di oggi consenta domani un raccolto di buona qualità. Il circo di Zanca è l’arena dove padre e figlio consumano il rito della condivisione, in cui non è del tutto chiaro se l’autore apra una parentesi con la sua discendenza o la chiuda con chi l’ha generato. Cambia qualcosa? Per nulla, in ogni caso si sarà feriti e contenti.