CARTA STRATEGICA

La Sicilia possiede già un grande repertorio di strumenti di sviluppo, ma parziali e settoriali, non integrati in una visione d’insieme. Una pianificazione strategica svolge invece la funzione di moltiplicatore di investimenti, attraverso azioni coordinate che costano meno e producono un ritorno maggiore.

L’ultimo piano strategico della Regione Siciliana risale al 1994, ben 23 anni fa. In realtà non si chiamava nemmeno piano strategico, ma piano di sviluppo regionale. Però possiamo dire che è l’ultimo documento con dignità di piano strategico”. Ne è convinto Maurizio Carta, docente di Urbanistica all’Università degli Studi di Palermo, che proprio da un nuovo piano di sviluppo strategico farebbe ripartire la macchina amministrativa regionale. Perché risulta oggi fondamentale un piano strategico? “Perché si tratta di un piano che abbia una visione di lungo periodo, ma che stabilisca anche cosa fare ogni giorno affinché si arrivi all’obiettivo nel lungo periodo. E ovviamente individua una strategia per raggiungere la meta che l’amministrazione si era fissata. Il tutto con tempi precisi e coinvolgendo tutti gli attori necessari”. A partecipare alla redazione del piano strategico sono “tutti gli attori che saranno coinvolti nel processo, dagli Enti locali all’Università, fino alle imprese, le organizzazioni sindacali, il mondo produttivo, i cittadini”.

“Io non dico che in questi anni non sia stato fatto niente di buono – sottolinea ancora l’urbanista -, sarebbe un errore affermarlo. Ma tutto quello che è stato fatto in questi anni, è stato fatto con una visione settoriale. Dalla valorizzazione dei Beni Culturali, senza chiederci  però come raggiungerli, al piano di sviluppo rurale che non si preoccupa dello sviluppo industriale, del confezionamento, dei trasporti, dell’export. Che non guarda alla viabilità o ai porti che vanno potenziati”.

“Anche sul fronte urbanistico non c’è un piano regionale, nonostante la legge risalga al 1978. Non abbiamo un piano paesaggistico regionale, ma abbiamo 17 piani paesaggistici suddivisi per ambito. In Sicilia siamo andati avanti per porzioni di territorio. Se avessimo una quantità infinita di risorse, forse potremmo permetterci di andare avanti per porzioni singole. Siccome invece le risorse sono limitate, serve una pianificazione che abbia anche la funzione di moltiplicatore di investimenti. Si programmano due azioni che se coordinate costano meno, ma producono un ritorno maggiore. È proprio il principio basilare della programmazione: capire cosa devo fare prima, affinché i costi si possano ammortizzare”.

Cultura di governo significa avere una visione generale. Integrata, non parziale

Carta si affida alla metafora dell’orchestra, guidata da un direttore che ne fa la differenza. “I musicisti – dice – hanno tutti in mano uno spartito e seguono quello, in teoria non servirebbe direttore d’orchestra. Ma è proprio quest’ultimo che dà i tempi perché i suoni non si sovrappongano o non ci siano pause troppo lunghe. Perché alla fine quel suono produca, insomma, un’armonia e non un’accozzaglia”.

Concetti quasi elementari se applicati altrove, ma che in Sicilia, se si pensa alle precedenti amministrazioni, appare quasi utopico. “No, non è utopia – replica Carta – è cultura di governo. Che poi significa avere una visione generale. Perché dobbiamo continuare a pensare che qui sia un’utopia?”

“Nella nuova compagine di governo che si profila  – ammette ancora l’urbanista – intravediamo anche musicisti di esperienza. Al di là dei miei colleghi, Armao e Lagalla, sui quali ho la certezza che faranno bene, la compagine di governo sembra fatta di persone che hanno esperienza”.

“Bastano anche pochi mesi per redigere un piano strategico solido, dentro la pancia degli assessorati tanto è già stato fatto, ma in questo momento è frazionato. Non c’è bisogno di fare nuove analisi. Il territorio siciliano è straconosciuto, straanalizzato, dalle Università ma non solo. Ci sono anche alcune porzioni di strategia, dal piano trasporti al piano paesaggistico, fino ai piani strategici dei Comuni, si tratta di mettere tutto insieme. In che modo le infrastrutture aiutano la città? In che modo si valorizzano le Madonie? E i Sicani? Non è che non ci siano risposte a queste domande, è che sono parziali”.

Insomma, secondo Carta, “una buona cultura di governo prevede che non ci si spaventi. Vanno sicuramente risolte le emergenze, ma bisogna anche individuare azioni che pur non essendo emergenze alleggeriscono altri settori. A cominciare dalla mobilità: in Sicilia non ci si muove bene all’interno, non ci si muove bene da e verso l’esterno, non si muovono bene le merci, non si muovono bene le persone, non ci si muove adeguatamente come si dovrebbe. E poi bisognerebbe cominciare a far funzionare bene le città metropolitane, perché quando le città cominciano a funzionare, diventano un motore di sviluppo importante”.