Renzi, ti ricordi Francantonio?

Giancarlo Minaldi, politologo e docente universitario a Enna, ricostruisce le dinamiche che avrebbero favorito la pratica del voto di scambio in Sicilia

“Certamente l’esito di queste elezioni ci dice che lo scambio clientelare è ancora importante e che – cosa che smentisce mie percezioni sull’affluenza – una bassa partecipazione alle urne ha favorito il centrodestra. Anche se non dobbiamo dimenticare che il Movimento Cinque Stelle registra un tasso di preferenze bassissimo, poco sopra il 50 per cento”. Giancarlo Minaldi, politologo e docente universitario a Enna, ricostruisce le dinamiche che avrebbero favorito la pratica del voto di scambio in Sicilia, ma lo fa guardando anche al dato sul Movimento Cinque Stelle, dove la percentuale di preferenze indicate si assesta poco al di sopra della metà dei voti raccolti complessivamente. Indice, come spiega lo stesso politologo, di un tasso molto alto di voto d’opinione, che supera appunto il concetto della preferenza al singolo candidato, ma è invece più legato alla proposta elettorale di una forza politica.

“Non è così, invece, in casa Pd – aggiunge Minaldi – dove la percentuale delle preferenze è ben oltre l’80 per cento. Il tasso delle preferenze è uno degli indicatori, non il solo, della mobilitazione clientelare del consenso. Queste percentuali di preferenza nelle liste del Pd segnano la definitiva trasformazione del partito. Il tasso di preferenza più basso del Pd siciliano risale al 2008. E da allora le dinamiche sono piuttosto diverse”.

“Guardando a ritroso – sottolinea ancora il politologo – prima della nascita del partito democratico, nel 2006 il tasso di preferenze dei Ds era del 70 per cento, quello della Margherita di 87 punti percentuali. Nel 2017 il tasso di preferenze del Pd è dell’87 per cento. Ds e Margherita erano due partiti che avevano un’identità, un profilo completamente diversi. Qual è oggi il soggetto che è prevalso? Evidentemente possiamo dire che c’è stato un contagio organizzativo della componente moderata e cattolica. E quella è oggi la fisionomia del partito democratico”.

Insomma, la soluzione, come provocatoriamente proposto qualche giorno fa nella rubrica Il nome della cosa, sarebbe l’abolizione del voto di preferenza? “Non condivido quella proposta – ammette Minaldi – intanto perché lasceremmo la selezione della classe dirigente in mano, più che ai partiti, a labili federazioni di notabili della politica. E poi non la condivido perché significherebbe condannare una comunità, quella siciliana, a una minorità antropologica, come a dirle che non è in grado di gestire le preferenze. Penso invece, e ne sono convinto, che la soluzione potrebbe essere nell’istituzione dei collegi uninominali, che renderebbero davvero competitiva la partita elettorale”.

Insomma, secondo il politologo, “il rimedio sarebbe peggiore del male, come ci ha dimostrato il Porcellum. Il problema è che rispetto al passato oggi non esiste un sistema partitico in cui, come un tempo, la costruzione delle liste segua un percorso scalare all’interno dei partiti”.

Resta il tema di una competizione in cui una forza politica, i 5 Stelle, ha lanciato allarmi per l’intera campagna elettorale chiedendo la massima attenzione su quei candidati che ha definito impresentabili. E le cronache successive al voto hanno confermato la fondatezza di quegli allarmi. “Sono dinamiche esistite anche in passato. La differenza più grande rispetto alla Prima Repubblica è che oggi esiste un soggetto politico che fa di questo elemento una discriminante. E che ha impostato l’intera campagna elettorale sul tema degli impresentabili. Di proposte dal punto di vista politico non ne sono emerse, anche se poi c’erano, ma non sono emerse in campagna elettorale. È emersa invece la lista impresentabili, con un soggetto politico, il Movimento Cinque Stelle, che su questo elemento ha giocato sua partita politica”.

“Cosa che invece – conclude Minaldi – non ha fatto il Pd, perché in qualche modo è parte di questo sistema. Non dobbiamo dimenticare che il primo segretario dem in Sicilia è stato Francantonio Genovese. Renzi piuttosto che tirare in ballo i motivi per cui Genovese sia passato in Forza Italia, dovrebbe interrogarsi sul perché sia stato eletto segretario in Sicilia”.

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