Fotografia, a Grazia Bucca il premio Mattarella 2017

“Si scrive coprifuoco, ma si legge guerra”. Lo sa bene Grazia Bucca, fotoreporter messinese di nascita, ma palermitana d’adozione, autrice della mostra fotografica Bakur. Un racconto per immagini delle elezioni in Kurdistan e della successiva repressione da parte delle milizie di regime. Un lavoro intenso, frutto di settimane di osservazione per le strade di Diyarbakir. E che ieri ha vinto il premio Piersanti Mattarella 2017, sezione Fotografia.

La mostra fotografica targata Bucca racconta con la sincerità delle immagini i giorni del voto in Kurdistan, l’oppressione del coprifuoco nei centri storici delle città, la rivendicazione del diritto al voto da parte dei cittadini curdi.

“La prima volta – racconta Bucca – sono andata in Kurdistan nell’ottobre 2015, insieme all’associazione Giuristi Democratici, come osservatore internazionale in occasione delle elezioni politiche. Si era votato a inizio giugno, ma il clima era molto poco sereno a causa degli diversi attentati che si erano verificati sia in campagna elettorale, che nei giorni successivi al voto ad Ankara e Istanbul”.

“Mi ha colpita – sottolinea ancora la fotografa palermitana – la grande consapevolezza che avevano i curdi di quanto il loro voto potesse essere determinante, si erano molto impegnati nel corso dell’intera campagna elettorale. Un concetto che appare quasi scontato, ma è quel genere di impegno che qui non si vede da decenni. Addirittura non si fece la festa di chiusura della campagna elettorale per paura di un attentato”.

Da quell’esperienza, come dalla successiva (Bucca è tornata una seconda volta in Kurdistan nel gennaio 2016), è nata appunto la mostra fotografica Bakur, inaugurata il 7 luglio 2016 a Palermo e successivamente esposta a Milano, Roma, Lecce, Brindisi, Bologna e nel Salento. E che adesso ha visto riconosciuta la qualità del lavoro prodotto anche col premio Mattarella.

“Respirare quell’aria, vivere al fianco dei curdi quell’esperienza è sicuramente un percorso che ti segna – conclude Bucca -. Cosa resta attaccato addosso di quei giorni? La colonna sonora, suonata dalle raffiche di mitra. È brutto doverlo ammettere, ma è proprio come dicono: arrivato a un certo punto ti abitui anche a quello”.