Sicilia, ecco il tuo governo

Tutti i nomi dei probabili assessori nelle scelte di Musumeci e dei partiti. Rimane fuori la Lega di Salvini, no a Ester Bonafede. La sorpresa di Paolo Inglese, testimone di nozze di Micari, sponsorizzato da Miccichè.

Il puzzle è pressoché completo. Quello appena iniziato dovrebbe essere l’ultimo weekend di stallo per la giunta regionale, ormai in dirittura d’arrivo. Da ambienti vicini al governatore filtra infatti che un’ultimo vertice è convocato lunedì per definire i dettagli. Poi l’esecutivo regionale sarà ufficializzato, tra martedì 28 e mercoledì 29 novembre. I nomi sono quelli resi noti negli scorsi giorni. Il numero due di palazzo d’Orleans sarà Gaetano Armao, che guiderà l’assessorato all’Economia. E poi Roberto Lagalla, Vittorio Sgarbi, Mimmo Turano, Toto Cordaro, Ruggero Razza, Bernadette Grasso, Marco Falcone, Margherita La Rocca Ruvolo, Sandro Pappalardo, Paolo Inglese e un ultimo nome in quota Forza Italia che in casa Micciché si sta definendo proprio in queste ore. Ma sembra cosa certa che non si tratterà né di Giuseppe Guaiana, sponsorizzato dal senatore Antonino D’Alì, né di Edy Bandiera, nome invece caldeggiato dall’ex ministro Stefania Prestigiacomo. Sarà un forzista del Trapanese, ma i nomi in ballo sono ancora diversi per azzardare previsioni.

Tramonta invece l’ipotesi di un ritorno di Ester Bonafede in quota Udc. Nonostante in molti, infatti, abbiano data per certa la nomina dell’esponente centrista, i ben informati raccontano che su questo punto Musumeci difficilmente sarebbe disposto a cambiare prospettiva: la permanenza di Bonafede nell’esecutivo regionale guidato da Rosario Crocetta, infatti, peserebbe molto nella scelta di Musumeci di favorire invece il nome di La Rocca Ruvolo.

Anche sulla scelta del docente universitario Paolo Inglese filtrano non pochi mal di pancia. Non soltanto per la sua vicinanza a Fabrizio Micari (del quale Inglese sarebbe anche stato elettore, oltre che testimone di nozze in campagna elettorale), ma soprattutto perché la sua storia professionale imporrebbe di assegnargli la delega all’Agricoltura, su cui invece puntava Marco Falcone. Un dettaglio non da poco, secondo diversi esponenti della maggioranza, che lascerebbe intravedere una delle crepe maggiori in casa forzista: Micciché, a detta di molti, non riporrebbe in Falcone (che dal primo giorno ha scelto di sostenere la candidatura di Musumeci) una fiducia incondizionata. La scelta di Inglese, in questa logica, comporterebbe la possibilità per Micciché di contare – in un assessorato chiave come quello all’Agricoltura – su un assessore più “controllabile” rispetto a Falcone, che avrebbe invece un profilo più indipendente dal commissario forzista in Sicilia.

E a proposito di deleghe, se i nomi sono quelli, non si hanno ancora certezze sulle deleghe, eccetto le due o tre già note. Musumeci, infatti, avrebbe convocato singolarmente i quasi assessori, confrontandosi con loro sui diversi rami dell’amministrazione, ma non avrebbe ancora sciolto la riserva sulle deleghe da assegnare effettivamente. In parte per prendere tempo ed evitare così di far implodere la maggioranza, ma soprattutto per mandare un segnale chiaro ai partiti: quel “qui comando io” di cui il primo inquilino di palazzo d’Orleans non ha mai fatto mistero.

Resta la grana di Noi con Salvini. I leghisti in salsa sicula, infatti, si sono presentati agli elettori in campagna elettorale con una lista congiunta con Fratelli d’Italia e in fase di definizione del listino regionale l’accordo era stato di inserire un nome di Fdi nel listino e lasciare il posto in giunta ai salviniani. Peccato che i tre coordinatori regionali, Carmelo Lo Monte, Alessandro Pagano e Angelo Attaguile avessero le medesime mire verso quell’unica poltrona a loro destinata in giunta. Ed ecco che lo strappo è stato fatto e – tra i tre litiganti – a goderne è stato Sandro Pappalardo, espressione ancora una volta del partito di Giorgia Meloni. Con buona pace di Matteo Salvini, più volte sollecitato dai leghisti siciliani a prendere posizione nella diatriba tra i tre luogotenenti. Ma, complici le indagini della magistratura e le inchieste giornalistiche sugli impresentabili, sembra che insomma, a pochi mesi dalle politiche a Salvini non dispiaccia affatto restare fuori dall’esecutivo regionale. Come dire, bene avere vinto la battaglia sull’Assemblea Regionale, ma la vera guerra si gioca per la conquista di Palazzo Chigi.