Legge sul fine vita: evitiamo altri casi Englaro

“Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o  addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

Papa Francesco, in questo frammento del suo recente messaggio alla Pontificia Accademia della Vita, non ha detto nulla di rivoluzionario, ha solo rimesso le cose al loro posto ribadendo il NO all’eutanasia e, al contempo, confermando il NO all’accanimento terapeutico introducendo nuovi e rilevanti elementi di riflessione.

A volte sorgono dubbi ed incertezze su temi delicati che già contengono in sé le risposte, se non si hanno paraocchi ideologici che ci impediscono di leggerle o convenienze personali. Ci sono confini o dovrebbero esserci, al momento della nascita e della morte, che non bisogna mai oltrepassare, non per motivi religiosi ma perché si intacca il sentimento umano, chiamiamola Legge naturale, rischiando di avvelenare il senso complessivo dell’esistenza su questa terra.

Chiediamoci, piuttosto, a proposito degli attimi estremi, se non violiamo la volontà divina o il corso della natura mantenendo un essere umano in vita ad ogni costo invocando, se cristiani, l’indiscutibile pregio della sofferenza, che non può essere però un fine, o il dubbio che lo stato vegetativo sia solo apparente. Essere contro l’accanimento terapeutico non significa, se fedeli, offendere Dio né tantomeno ignorare il senso profondo della sofferenza o l’immensa preziosità della vita. Al contrario, dire no al vivere a dispetto di tutto è un grande atto di affidamento a una volontà superiore, un inno al dono della vita stessa che trova un limite, per chi crede, costituto da una sorta di diritto al trapasso (il “Lasciatemi andare dal Signore” pronunciato da Giovanni Paolo II sul letto di morte).

Ci furono espressioni violente, ben lontane dallo spirito del Vangelo, pronunciate da esponenti della gerarchia ecclesiastica e da semplici fedeli nei confronti di Beppino Englaro. Ricordiamo perfettamente le manifestazioni pubbliche contro la scelta della famiglia di fare interrompere l’alimentazione forzata alla figlia, che in varie occasioni aveva espresso un indiretto intendimento in tal senso se le fosse accaduto qualcosa di grave, e la drammatica e lunga vicenda giudiziaria che ne seguì.

Beppino Englaro è il padre di Eluana morta nel 2009, dopo essere rimasta per 17 anni in coma a causa di un incidente, per disidratazione sopraggiunta a seguito dell’interruzione della nutrizione artificiale considerata dai familiari “accanimento terapeutico”. Furono usate parole come pietre acuminate da monsignori, suore e laici devoti. Di fronte a certi drammi bisognerebbe solo fare silenzio e non giudicare. Dall’altro lato non c’era un assassino ma un padre disperato che non aveva più lacrime e forze per assistere allo scempio fisico della sua dolce creatura.

Bisognerebbe solo amare e stringere in un abbraccio tenerissimo chi sta sperimentando in modo struggente un’immensa tragedia, chi desidera soltanto non impedire il realizzarsi dell’evento misterioso della morte risultato vano o sproporzionato ogni intervento della medicina. A molti, padri, madri, fratelli o figli che hanno dovuto assumere decisioni tormentate nei confronti di un proprio caro, non più in grado di esprimersi, probabilmente l’Onnipotente concederà quell’abbraccio negato in Suo nome da uomini e donne di chiesa e di fede.

In Parlamento si sta discutendo sul biotestamento, o legge sul “fine vita”, si faccia in fretta varando finalmente un testo comprensibile, non ambiguo e senza ipocrisie che evitino altri “casi Englaro” rendendo possibile ad ognuno di stabilire quando dire basta e affidarsi a Dio se credenti, al corso degli eventi se non lo si è.


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