Riina, fine di un’epoca

Con la morte di Salvatore Riina si chiude un’epoca. Per “Cosa Nostra“, per la società civile, per un pezzo importante del Novecento italiano.

Alla fine si è arreso anche lui. L’indistruttibile, l’indomabile, il super-criminale che riscrisse la storia a modo suo. Era riuscito a sopravvivere al primo intervento chirurgico, pochi giorni fa, mostrando per l’ultima volta gli artigli. Non a caso era soprannominato “La Belva“. Non ce l’ha fatta con il secondo, e dopo cinque giorni di coma ha alzato bandiera bianca, il giorno dopo l’87esimo compleanno.

Era partita da una poverissima Corleone, la carriera criminale del capo dei mafiosi. Erano gli anni ’50 e “U curtu” (il corto, il “tappo”), sbeffeggiato così per quel suo metro e cinquantotto centimetri di statura, si stava già dando da fare. A guidarlo e a insegnargli il mestiere era Luciano Liggio, che lo condusse per mano nella prima grande battaglia della sua vita, quella volta a diventare i padroni del paese, spodestando il potente don Michele Navarra. Ci riuscirono nel 1958, e assieme a Riina crescevano altri criminali dalle poche parole ma dai molti fatti, come Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella.
Da lì al cuore della Sicilia, Palermo, il passo fu breve.
Era ancora “Lucianeddu” il numero uno dei viddani, e dietro di lui i suoi fidati compaesani. Grazie alle abilità del malandato criminale (affetto dal morbo di Pott) e alle manovre politiche di un’altra pedina fondamentale come Vito Ciancimino, Riina e compagni riuscirono ad infiltrarsi gradatamente nelle logiche e nei giochi di potere della criminalità organizzata palermitana. [segue]


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